Vaccino Hantavirus, tempi lunghi per svilupparlo: differenze col Covid e cosa sappiamo
Salute e BenessereGià attivato l'interesse di colossi della farmaceutica come Moderna, ma anche la ricerca istituzionale si muove in parallelo e, in molti aspetti, si trova in una fase persino più avanzata. A guidare il fronte della ricerca pubblica è il virologo Jay Hooper, che ha già raggiunto tappe cruciali attraverso la messa a punto di un modello animale altamente realistico basato sui criceti
Il recente focolaio di Hantavirus scoppiato a bordo della nave da crociera Hondius ha riacceso i riflettori sulle possibili minacce virali. Il caso ha costretto l'imbarcazione a un attracco d'emergenza nel porto di Tenerife per avviare le delicate procedure di sbarco e isolamento dei passeggeri (SEGUI TUTTI GLI AGGIORNAMENTI IN DIRETTA) e ha impresso una forte accelerazione alla comunità scientifica internazionale, scatenando una vera e propria corsa allo sviluppo di un vaccino specifico contro un patogeno che, a oggi, non dispone ancora di una profilassi approvata.
A che punto è la ricerca scientifica
Il vuoto terapeutico ha immediatamente attirato l'interesse di colossi della farmaceutica come Moderna, azienda già nota per aver sviluppato a tempo di record la propria tecnologia a mRNA durante la pandemia di Covid-19 nel 2020. Tuttavia, il gigante industriale non è l'unico attore in campo: la ricerca istituzionale si muove in parallelo e, in molti aspetti, si trova in una fase persino più avanzata. A guidare il fronte della ricerca pubblica è il virologo Jay Hooper, operativo presso l’Usamriid (l'Istituto di ricerca medica per le malattie infettive dell’esercito degli Stati Uniti con sede a Frederick, nel Maryland). Il team guidato da Hooper ha già raggiunto tappe cruciali attraverso la messa a punto di un modello animale altamente realistico basato sui criceti, uno strumento fondamentale per testare l'efficacia e la sicurezza dei preparati prima del salto clinico definitivo.
I primi riscontri e i nodi da sciogliere
I trial clinici di Fase I, condotti specificamente su un candidato vaccino a Dna ingegnerizzato contro il letale ceppo Andes (oltre che contro le varianti Hantaan e Puumala), hanno fornito riscontri definiti estremamente promettenti. Nei soggetti umani sottoposti a test, il vaccino si è dimostrato capace di indurre la produzione di robusti anticorpi neutralizzanti, considerati il principale indicatore biologico di protezione contro l'infezione. Nonostante il successo iniziale, la strada verso la commercializzazione presenta complessità strutturali significative. Dal punto di vista strettamente clinico, il protocollo terapeutico attuale non si esaurisce con una singola iniezione: la formulazione richiede la somministrazione di ben tre dosi distinte, composte da un'inoculazione iniziale e da due successivi richiami periodici per stabilizzare la risposta immunitaria Le barriere più complesse emergono tuttavia nella transizione verso la cruciale Fase III della sperimentazione. Gli scienziati si trovano infatti a dover superare due ostacoli strutturali: da un lato e infezioni umane causate dal virus Andes sono classificate come rare e avvengono in contesti geografici estremamente isolati e frammentati. Questa mancanza di grandi focolai stabili sul territorio rende di fatto impossibile allestire un classico studio clinico di Fase III, il quale richiederebbe una vasta popolazione esposta in una singola area geografica per verificarne l'efficacia sul campo. Per ovviare a questo problema, i ricercatori stanno studiando approcci normativi innovativi basati sulla correlazione diretta tra i livelli di anticorpi neutralizzanti e il grado di protezione immunitaria. Lo sviluppo avanzato dei farmaci, poi, richiede capitali immensi. Trattandosi di una malattia che non genera mercati di massa continuativi, i finanziamenti dedicati alla transizione dai laboratori alla produzione industriale su larga scala rimangono gravemente insufficienti, rallentando la chiusura dell'iter approvativo.