Giornata mondiale della sindrome di Down 2026, la campagna "Just Evolve"

Salute e Benessere

Per il World Down Syndrome Day, CoorDown lancia la campagna di sensibilizzazione internazionale "JUST EVOLVE” per chiedere a ognuno di fare un salto culturale e di responsabilità: far diventare un lontano ricordo del passato le parole della disabilità usate per offendere

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Il 21 marzo si celebra come ogni anno la Giornata Mondiale della Sindrome di Down (World Down Syndrome Day). La data, scelta non a caso, ricorre il 21esimo giorno del terzo mese dell'anno per simboleggiare la triplicazione (trisomia) del cromosoma 21, caratteristica genetica della sindrome. Questa giornata ufficiale, parte del calendario delle Nazioni Unite dal 2012, nasce per celebrare la vita delle persone con sindrome di Down e assicurare loro le stesse libertà e opportunità di chiunque altro.

Il tema dell'edizione 2026: affrontare la solitudine

Per l’edizione 2026, la rete globale di Down Syndrome International ha scelto di accendere i riflettori su un tema critico: la solitudine. La solitudine infatti non è solo un sentimento di tristezza, ma un problema serio con ripercussioni dirette sulla salute e sulla felicità delle persone. La risposta a questa sfida è l’inclusione reale, l’unica via per abbattere le barriere sociali che isolano i pazienti e le loro famiglie.

“JUST EVOLVE”, la campagna di CoordDown

E in occasione della Giornata Mondiale sulla sindrome di Down, CoorDown ha lanciato la campagna di sensibilizzazione internazionale "JUST EVOLVE” per chiedere a ognuno di fare un salto culturale e di responsabilità: far diventare un lontano ricordo del passato le parole della disabilità usate per offendere. Cambiare, far evolvere il nostro linguaggio per produrre un cambiamento sostanziale in ogni comunità, è una chiamata all’azione per tutte le persone, aziende, media, scuole, istituzioni. Perché scegliere una narrazione più accurata e rispettosa non è solo un gesto di cortesia: è un atto che costruisce un mondo più equo e a misura di ognuno. 

Quando la disabilità viene usata come insulto

Cosa accade quando usiamo le parole della disabilità per offendere o per far ridere? Il problema - spiega CoordDown - non è “una parola sbagliata”. Il problema è l’immaginario abilista che il linguaggio alimenta e riproduce: nella vita quotidiana, nei media, nelle istituzioni. Quando la disabilità viene usata come insulto, come metafora per degradare, come dispositivo narrativo per far ridere, le persone vengono ridotte a simboli e scorciatoie emotive. E questo ha conseguenze concrete: rafforza stereotipi, legittima discriminazioni, rende più difficile se non impossibile la piena partecipazione alla vita sociale. Ogni cultura possiede il proprio vocabolario dell'esclusione. Nel mondo anglosassone, si usa il termine “retarded” (conosciuto anche come 'R-word' per chi vuole evitare di pronunciarlo). In Italia, espressioni come "ritardato" o "mongoloide" portano con sé lo stesso carico di stigma, così come l’uso spregiativo di "retardé" e "débile" in francese, o "retrasado" e "mongólico" in spagnolo. Al di là delle specifiche differenze linguistiche - sottolinea ancora CoordDown - questi termini non sono neutri né "solo battute": producono un danno reale sulle persone con sindrome di Down e, più in generale, su tutte le persone con disabilità. 

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