Caffè e tè contro la demenza e il declino cognitivo? Cosa dicono i medici

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I risultati di un nuovo studio osservazionale pubblicato su Jama indicano un’associazione tra il consumo moderato di caffè o tè e un minor rischio di declino cognitivo. L’effetto è risultato più evidente con livelli di consumo moderati, come 2-3 tazzine di caffè o 1-2 tazze di tè al giorno. Gli esperti invitano però alla cautela: lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto e saranno necessarie ulteriori ricerche per chiarire il ruolo della caffeina sulla salute del cerebrale

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Caffè e tè possono contribuire a mantenere il cervello in salute? È la domanda da cui parte una ricerca pubblicata su Jama, che suggerisce che un consumo moderato di caffeina possa essere associato a un minor rischio di declino cognitivo. Lo studio, condotto dai ricercatori della Harvard University, ha analizzato nel tempo le abitudini di consumo di caffè e tè di oltre 130mila persone. I risultati, però, vanno interpretati con cautela. A sottolinearlo sono i medici del portale “Dottore, ma è vero che…?”, curato dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici), che invitano alla prudenza. “Dalle notizie circolate sembrerebbe che il caffè può contribuire a proteggere il cervello. Ma, come molto spesso accade quando si cercano e si valutano correlazioni tra alimenti e malattie, è necessario analizzare lo studio nei suoi dettagli e con obiettività”. Gli esperti precisano inoltre che i possibili effetti osservati riguardano il consumo moderato: dosi elevate di caffeina possono avere effetti negativi sull’organismo.

I risultati della ricerca 

Lo studio ha coinvolto oltre 130.000 persone appartenenti a due grandi coorti statunitensi: 86.216 donne del Nurses’ Health Study, uno dei più longevi studi condotti su infermiere (avviato nel 1976), e 45.215 uomini dell’Health Professionals Follow-up Study, che coinvolge professionisti del settore sanitario ed è attivo dal 1986. Tutti i partecipanti non soffrivano di demenza né di altre patologie gravi all’inizio del periodo di osservazione. I partecipanti sono stati seguiti per un periodo molto lungo, fino a 43 anni. Ogni 2-4 anni hanno compilato questionari con informazioni sul proprio stato cognitivo e sulle abitudini di consumo di caffè (non decaffeinato) e tè. Al termine dell’osservazione, tra i 131.821 partecipanti sono stati registrati 11.033 casi di demenza. L’associazione tra consumo di bevande contenenti caffeina e un minor rischio di demenza è risultata più evidente con livelli moderati di consumo: circa 2-3 tazzine di caffè al giorno oppure 1-2 tazze di tè. L’analisi, inoltre, ha mostrato una minore prevalenza di declino cognitivo tra chi consuma nel tempo quantità moderate di caffè o tè rispetto a chi assume caffè decaffeinato o tè deteinato.

I limiti dello studio

Diversi esperti invitano a interpretare i risultati con cautela. Lo studio evidenzia infatti un’associazione tra il consumo di caffè o tè e la riduzione del rischio di demenza, ma non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto.
Gli stessi ricercatori avvertono che non è possibile stabilire se sia la caffeina a incidere sul declino cognitivo. È anche possibile che i primi segnali di declino cognitivo modifichino le abitudini di consumo di tè e caffè o rendano meno affidabili le informazioni fornite su pasti e bevande. Va inoltre ricordato che un consumo eccessivo di caffè può avere effetti negativi sulla salute. In alcune persone può influire sulla pressione arteriosa. Dosi elevate possono inoltre accentuare l’ansia, disturbare il sonno e peggiorare i sintomi di chi soffre di reflusso gastroesofageo. Come ricordano i medici del portale “Dottore, ma è vero che…?”, diversi aspetti dell'analisi meritano attenzione: la tipologia dell’indagine, i risultati stessi e la natura della patologia analizzata. La demenza, infatti, è una condizione complessa e multifattoriale, influenzata da numerosi fattori come predisposizione genetica, stile di vita e condizioni di salute. Un altro elemento da considerare riguarda la tipologia dell’indagine. Lo studio è di tipo osservazionale: i ricercatori non hanno assegnato ai partecipanti una quantità precisa di caffè da consumare ogni giorno, ma hanno raccolto nel tempo informazioni sulle loro abitudini tramite questionari. Anche il campione analizzato presenta alcuni limiti: i due gruppi di uomini e donne erano composti esclusivamente da professionisti del settore sanitario, una caratteristica che può rendere più difficile estendere i risultati all’intera popolazione.

Il ruolo dei "fattori di confondimento"

A invitare alla prudenza è anche il cardiologo elettrofisiologo John Mandrola, che sulle pagine del blog Sensible Medicine ha ricordato come gli studi osservazionali su alimenti o bevande possano talvolta generare interpretazioni fuorvianti. Il motivo è legato ai cosiddetti “fattori di confondimento”, cioè elementi che possono influenzare i risultati senza essere direttamente collegati alla bevanda o all’alimento analizzato. Nel caso dello studio sul caffè, ad esempio, le persone che ne consumavano abitualmente potrebbero anche aver avuto stili di vita diversi. Fare più attività fisica, seguire un’alimentazione più equilibrata e fumare meno sono tutti fattori che, indipendentemente dal consumo di caffè, sono associati a un minor rischio di demenza.Sebbene i ricercatori spieghino di aver corretto l’analisi tenendo conto dei principali fattori noti, non è possibile controllare ciò che non è stato misurato: le informazioni individuali non raccolte nei questionari restano fuori dall’analisi. Per questo motivo, il metodo più affidabile per stabilire un rapporto di causa-effetto resta lo studio randomizzato, che però nel campo della nutrizione è molto difficile da realizzare. La caffeina potrebbe dunque avere un ruolo nella protezione della salute cerebrale, ma saranno necessari ulteriori studi clinici per chiarire meglio i suoi effetti. Come sottolineato dagli stessi ricercatori, occorre anche “capire i percorsi attraverso i quali il caffè intero e decaffeinato arriverebbe a influenzare la salute cognitiva”. I risultati dello studio non devono quindi essere interpretati come un invito ad aumentare il consumo di caffè o tè.

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