In molti Paesi a basso e medio reddito l’accesso alla chirurgia essenziale è ancora un privilegio, non un diritto. A Health il racconto di Operation Smile e il ruolo del Centro di Cura e Formazione di Milano, unico in Europa
Formazione, equità sanitaria e storie di vita: così la cura diventa un percorso di dignità condivisa. Garantire cure sicure, gratuite e accessibili a chi nasce con una malformazione del volto è ancora oggi una sfida globale. Si stima che 5 miliardi di persone nel mondo non abbiano accesso a interventi chirurgici essenziali, mentre circa 5 milioni convivono con labiopalatoschisi, una condizione che può compromettere funzioni vitali come nutrizione, respirazione e linguaggio. Una disparità che diventa drammatica nei Paesi a basso e medio reddito, dove la carenza di personale sanitario qualificato e di infrastrutture adeguate rende l’assistenza chirurgica un privilegio per pochi. Da oltre quarant’anni Operation Smile lavora per ridurre questo divario. Attiva in 37 Paesi e sostenuta da oltre 6.000 volontari medici provenienti da 68 nazioni, l’organizzazione si impegna a rafforzare i sistemi sanitari locali attraverso la formazione di professionisti, il potenziamento delle strutture e percorsi di cura multidisciplinari.
Il Centro di Milano, un modello europeo di formazione e cura
Al centro della puntata il Centro di Cura e Formazione Operation Smile di Milano, attivo dal 1996 presso l’ASST Santi Paolo e Carlo. È l’unico Centro Operation Smile in Europa e uno dei 32 nel mondo. Qui si trattano le malformazioni cranio-maxillo-facciali con un approccio integrato, seguendo i pazienti dalla diagnosi prenatale all’età adulta.
Come ha spiegato il Dottor Luca Autelitano, Coordinatore clinico e chirurgo volontario: “La formazione è parte integrante del nostro lavoro. Qui i professionisti dei Paesi a basso e medio reddito possono osservare e apprendere un modello che integra chirurgia, logopedia, ortodonzia e supporto psicologico”. Negli anni il Centro ha formato oltre 35 medici e operatori sanitari provenienti da diversi Paesi del Sud globale: un trasferimento di competenze che consente ai professionisti di replicare nei propri territori un modello clinico multidisciplinare e sostenibile.
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Operation 100: portare le cure vicino a chi ne ha bisogno
Nel corso della puntata, la Direttrice generale di Operation Smile Italia ETS, Marcella Bianco, ha illustrato la strategia globale dell’organizzazione:
“Con Operation 100 vogliamo formare 100 team chirurgici locali in 100 ospedali distrettuali. È un passo decisivo per ridurre le disuguaglianze e garantire che nessuno venga lasciato indietro”. Il programma punta a dare autonomia ai sistemi sanitari locali, riducendo la dipendenza dalle missioni internazionali e creando continuità assistenziale in contesti difficili, dal Madagascar al Ghana, dall’Etiopia al Guatemala.
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La storia di Fabrizio: crescere insieme alla cura
L’impatto umano di questo lavoro emerge nella testimonianza di Fabrizio Montemagno, trentenne, nato con labiopalatoschisi. La sua patologia è stata diagnosticata prima del parto e da allora la sua vita è sempre stata intrecciata con il Centro di Milano. L’ultimo intervento correttivo lo ha affrontato nel 2024, dopo un percorso lungo, complesso e fatto anche di momenti difficili legati all’ortodonzia. Ci ha raccontato: “Il percorso è lungo, ma finisce. I risultati ripagano tutti i sacrifici”. Oggi lavora nel marketing e sogna di impegnarsi nella vita pubblica per dare voce a chi affronta sfide simili alla sua. La sua storia dimostra come il percorso di cura non sia mai solo clinico: è fatto di relazione, fiducia e continuità. È un viaggio condiviso.
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Formare per curare, l’equità sanitaria parte dalle competenze
Se c’è un messaggio che la puntata ha voluto lasciare è che l’equità sanitaria non può prescindere dalla formazione. Non bastano attrezzature o singoli interventi: servono team preparati, competenze locali, protocolli chiari e condivisi. Operation Smile, con il suo modello basato su formazione, multidisciplinarità e collaborazione istituzionale, mostra che un altro approccio è possibile. Rendere l’assistenza sanitaria un diritto universale significa investire oggi sui professionisti che domani potranno curare migliaia di persone nei loro Paesi. Un diritto che passa dalla conoscenza, dalla condivisione e dalla volontà di costruire sistemi sanitari più forti. Un diritto che – come ha mostrato il racconto dei protagonisti – può cambiare il destino di intere comunità, un bambino alla volta.