Covid, Deborah Birx: “Trenta giorni decisivi, il virus rischia di diventare endemico”

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Lo ha spiegato, in un’intervista concessa al “Corriere della Sera”, l’ex coordinatrice della task force americana sul coronavirus con Donald Trump, specializzata in immunologia, ricerca sui vaccini e salute globale che, dopo 41 anni al servizio del governo federale, ha deciso di abbandonare il settore pubblico. “In tutto il mondo, stiamo mettendo il virus sotto pressione e il rischio è che ‘sfugga’ proprio quando c’è speranza”, ha detto

“Credo che le prossime quattro settimane siano un periodo molto vulnerabile e applaudo i Paesi che stanno facendo un ampio sequenziamento del virus”. Queste le parole, nel corso di un’intervista concessa al “Corriere della Sera”, pronunciate da Deborah Birx, coordinatrice della task force sul coronavirus con Donald Trump e specializzata in immunologia, ricerca sui vaccini e salute globale che, dopo 41 anni al servizio del governo federale, ha deciso di abbandonare il settore pubblico. “Questi virus sono elusivi, continuano a evolversi. C’è un gruppo di scienziati che crede che il virus possa diventare endemico. Per il momento io sono ottimista: guardando la curva, vedo un declino più rapido che in passato. Anche in Sudafrica o in Europa nonostante la variante inglese”, ha detto.

Quando un virus diventa endemico

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Ma cosa significa sostenere che un virus può diventare endemico? E’ la stessa Birx a spiegarlo: “I virus diventano endemici quando c’è una costante disponibilità di ospiti suscettibili ad essi perché il virus cambia per superare l’immunità naturale o indotta dal vaccino oppure perché numeri significativi di persone non hanno immunità né naturale né indotta dal vaccino”, ha spiegato l’esperta, già coordinatrice Usa sull’Aids e nominata ambasciatrice dall’ex presidente americano Barack Obama. “L’Italia e la maggior parte del mondo non hanno un numero di individui suscettibili al virus immunizzati tale da prevenire la diffusione nella comunità”, ha poi aggiunto, in riferimento al nostro Paese. “L’Italia non è stata in grado di raggiungere un tasso di infezione abbastanza basso prima di riaprire, il che è un problema anche per gli Stati Uniti. Ed è per questo che siamo preoccupati dalla possibilità di allentare le restrizioni proprio adesso”, ha sottolineato ancora.

La pandemia a livello globale

L’ex membro della task force americana sul coronavirus, poi, ha fotografato il momento, a livello mondiale. “È importante che la gente capisca che ci troviamo, globalmente, in uno dei momenti più pericolosi. In Sudafrica, alcune città hanno avuto dal 30 al 50% della popolazione infettata, secondo gli studi sierologici, ed erano probabilmente al 25% quando si è sviluppata la variante sudafricana”, ha spiegato Birx. “Ora negli Stati Uniti, pur non avendo ampi studi sierologici, possiamo stimare di essere intorno al 25-30% della popolazione infettata, con differenze nei vari Stati”, ha commentato ancora. “In tutto il mondo, stiamo mettendo il virus sotto pressione e il rischio è che ‘sfugga’ proprio quando c’è speranza. Mentre le persone si immunizzano attraverso le vaccinazioni o il contagio, se non si raggiunge rapidamente il 75-80% di immunità, si pongono le basi per una ‘fuga’ del virus attraverso le mutazioni”, ha detto.

 

L’immunizzazione globale

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“Dobbiamo avere vaccini producibili in massa. I vaccini mRNA non possono essere usati per tutto il mondo: puoi produrne milioni, non miliardi. I vaccini a vettore virale o a subunità proteica possono essere prodotti, soprattutto questi ultimi, in miliardi di dosi. Dovremmo lavorare per spostare tutte le capacità produttive globali sulla messa a punto di un vaccino a subunità proteica da poter usare in massa. Allora possiamo parlare di immunizzazione globale”, ha quindi affermato ancora la Birx, facendo distinzione tra i vaccini a mRNA, come quelli di Pfizer e Moderna, quelli a vettore virale, come Johnson&Johnson, AstraZeneca o Sputnik V e quelli a subunità proteica, che però al momento non sono ancora stati approvati.

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