Trapianti, scoperto il meccanismo alla base della forma più comune di rigetto del rene

Salute e Benessere

Un gruppo di ricercatori italiani ha scoperto che alla base di questo fenomeno c’è una sorta di reazione allergica all’organo sostituito, associata a un’aumentata produzione di interferone-alfa

Il “rigetto anticorpo-mediato” è la forma di rigetto più comune in seguito al trapianto di un rene. Si verifica nel 70% dei casi e non esiste una terapia codificata per trattarlo. Nel corso di un nuovo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Clinical Journal of the American Society of Nephrology, un gruppo di ricercatori italiani ha scoperto che alla base di questo fenomeno c’è una sorta di reazione allergica all’organo sostituito, associata a un’aumentata produzione di interferone-alfa. Questa scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie anti-rigetto con farmaci già in uso con altre indicazioni. La ricerca è stata coordinata da Giuseppe Grandaliano, Direttore della UOC di Nefrologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS in collaborazione con le Università di Bari, Foggia e Padova. 

 

Il rigetto del rene trapiantato

 

Solo nel 2019 in Italia sono stati eseguiti 1799 trapianti di rene e la lista d’attesa contava 6573 pazienti. La percentuale di “fallimento” del trapianto di rene a 10 anni è di circa il 40%. In circa la metà dei casi, ciò dipende dal rigetto dell’organo trapiantato. Il rigetto anticorpo-mediato da solo rappresenta circa il 70% delle cause di perdita di funzione del rene trapiantato. Nessuno degli approcci terapeutici utilizzati finora per trattarlo ha avuto il successo sperato. 

I risultati dello studio

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“Il nostro studio ha dimostrato che, come in una malattia autoimmune, anche nel rigetto cronico anticorpo-mediato sono presenti a livello renale anticorpi della classe IgE in grado di innescare una sorta di reazione allergica all’organo trapiantato attraverso l’attivazione di cellule immunitarie (mastociti e basofili)”, spiega Grandaliano. “Inoltre, abbiamo dimostrato che questo fenomeno, così come il lupus, è strettamente associato a un’aumentata produzione di interferone alfa. La nostra osservazione ha una potenziale ricaduta terapeutica con farmaci già disponibili in commercio che agiscono bloccando l’azione dell’interferone alfa”, conclude il nefrologo.

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