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Scoperta nuova forma di demenza, spesso confusa con Alzheimer

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2' di lettura

La nuova patologia è causata dall’accumulo nel cervello di una proteina diversa da quelle all’origine dell’Alzheimer, ma comporta effetti molto simili. Secondo gli studiosi, colpisce un over 80 su cinque 

Nel mondo, milioni di anziani soffrono di una forma di demenza erroneamente diagnosticata come Alzheimer, ma che in realtà potrebbe trattarsi di una nuova condizione: l’encefalopatia TDP-43. I suoi effetti sono molto simili a quelli della malattia di Alzheimer ma coinvolge un’altra proteina presente nel cervello. A individuare e descrivere questa nuova forma è stato un team di ricerca internazionale coordinato dall’Università del Kentucky, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Brain. Si tratta di una delle più importanti scoperte fatte in materia negli ultimi anni e potrebbe in parte spiegare perché, fino a questo momento, la ricerca di una cura per l’Alzheimer abbia fallito.

Alzheimer diagnosticato erroneamente a un paziente su tre

Tra le diverse forme di demenza legate all’invecchiamento, l’Alzheimer, causata dall’accumulo nel cervello delle proteine amiloide e tau, è quella su cui la ricerca si è concentrata maggiormente, ma sembra non essere la più comune. Secondo gli autori dello studio, infatti, circa un paziente su tre a cui è stata diagnosticata questa malattia, in realtà soffrirebbe di una diversa forma di demenza, l’encefalopatia TDP-43 (Limbic - predominant age - related TDP-43 encephalopathy, o LATE), alla cui origine vi è, appunto, l’accumulo della proteina TDP-43. Stando ai dati ricavati da esami effettuati post mortem, questa condizione colpirebbe un anziano over 80 su 5.

Alterazioni della memoria simili all’Alzheimer

Come illustrano gli studiosi, la nuova forma di demenza comporta alterazioni della memoria e delle abilità cognitive molto simili a quelle causate dall’Alzheimer, ma che si manifestano più lentamente. Pete Nelson, ricercatore dell’Università del Kentucky e principale autore della ricerca, afferma che questa patologia “è stata sempre presente, ma la riconosciamo ora per la prima volta”. In questo modo, si potrebbe spiegare perché le terapie contro l’Alzheimer che prendevano di mira le proteine tau e amiloide, in diversi casi non si sono rivelate efficaci. "Questo - conclude Robert Howard dello University College London - ha importanti implicazioni per la scelta dei partecipanti nelle sperimentazioni future".

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