Vigilante ucciso nel 2014 a Roma: 3 condanne all'ergastolo in appello

Lazio
Foto di archivio (Fotogramma)

Gli imputati sono accusati in concorso di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi per la morte di Giuliano Colella, assassinato a colpi di pistola in via Rocca Cencia

La terza Corte d'assise d'appello di Roma ha ripristinato il carcere a vita per Vincenzo De Caro, Marco De Rosa e Stefano Fedeli, tutti accusati in concorso di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi per la morte della guardia giurata Giuliano Colella, ucciso con numerosi colpi di pistola nel marzo 2014 a Roma. I tre imputati erano stati condannati all'ergastolo in primo grado e poi assolti in appello, ma la Corte di Cassazione aveva disposto un nuovo processo d'appello che ha portato al ripristino del carcere a vita.

L'omicidio e le indagini

Il 27 marzo 2014 poco prima delle 20, in via Rocca Cencia, nella periferia est romana, il conducente di un autobus vide scendere da un'autovettura Colella il quale venne colpito da alcuni colpi di pistola. Il conducente chiamò i carabinieri, lo stesso fece anche una donna che era andata a prendere le figlie al capolinea dell'autobus. Dall'esame del telefono di Colella e dalle dichiarazioni della moglie, le indagini si indirizzarono sull'imprenditore De Caro prima, e su De Rosa e Fedeli successivamente. Gli investigatori si convinsero che De Caro fosse il mandante e gli altri due fossero gli esecutori materiali dell'omicidio, la svolta alle indagini la diedero anche due intercettazioni ambientali. Per quanto riguarda il movente, fu fatto risalire alla pressante esigenza della famiglia di Colella di recuperare un credito vantato per bloccare la vendita della casa di famiglia.

Il processo

La vicenda dell'uccisione di Colella e l'intero iter processuale ebbe vasta eco tra l'opinione pubblica, soprattutto dopo che nel marzo 2017 la prima Corte d'assise d'appello, ribaltando completamente il giudizio di primo grado, assolse con la formula 'per non aver commesso il fatto' e con formula dubitativa i tre imputati che nel dicembre 2015 erano stati condannati all'ergastolo dalla III Corte d'assise di Roma. La Cassazione ravvisò un difetto nella decisione dei giudici d'appello, ritenuta mancante di logiche ed esaurienti motivazioni.

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