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Roma, bimba invalida dopo caduta: Campidoglio condannato a risarcire

I titoli di Sky TG24 delle 13 del 27/02/2019

1' di lettura

I giudici d'Appello hanno ribaltato quanto stabilito dalla sentenza di primo grado, in cui era stata esclusa la responsabilità del Comune e del costruttore

Nel 2006, quando aveva quattro anni e si trovava in un residence dove la sua famiglia era in assistenza alloggiativa, è caduta da una scala di raccordo tra due livelli dello stesso appartamento ed è rimasta invalida. Undici anni dopo la Corte d'Appello civile di Roma ha condannato Roma Capitale e la ditta costruttrice a risarcire la piccola, stabilendo un maxi risarcimento di 366 mila euro che con gli interessi legali maturati arriva quasi a mezzo milione di euro. La sentenza inoltre sancisce che quel residence non solo era pericoloso e non adatto a uso abitativo, ma anche oneroso. "Per ogni famiglia si pagava come una casa di 150 metri quadri in Prati", si legge nella sentenza.

La sentenza

Dopo essere stata sfollata, insieme alla sua famiglia, dal centro di assistenza alloggiativa temporanea di via di Bravetta a Roma, la bambina di quattro anni si trovava nel residence di via Tagliaferri. In quell'edificio è caduta da una scala di raccordo rimanendo invalida. I giudici d'Appello hanno ribaltato quanto stabilito dalla sentenza di primo grado, in cui era stata esclusa la responsabilità del Comune e del costruttore. "Nelle motivazioni - spiega il legale della piccola, Maria Chiara Aniballi - i giudici affermano che l'amministrazione comunale non avrebbe dovuto prendere in locazione e destinare ad alloggio di famiglie in difficoltà economica il residence sulla Cassia, perché pericoloso, in quanto destinato a diverso uso, ovvero quello turistico, e privo del certificato di agibilità. Inoltre veniva sborsato un canone che, comprensivo degli oneri accessori, arrivava a un milione e ottocentomila euro annui. Praticamente lo stesso costo di un appartamento di 150 metri quadri in Prati, per ogni famiglia". La Corte, inoltre, ha "affermato che Comune e costruttore erano entrambi pienamente consapevoli - aggiunge l'avvocato - della pericolosità della struttura, dove le camere da letto erano collocate al piano superiore degli appartamentini, nonostante si trattasse di 'soffitta non abitabile'.

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