Processo Open Arms, Matteo Salvini presente nell'aula bunker dell'Ucciardone

Sicilia

Il leader della Lega è imputato per sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per avere bloccato 147 migranti sulla nave dell'Ong spagnola nell'agosto di tre anni fa quando era ministro dell'Interno

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Matteo Salvini è arrivato questa mattina all'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo, per l'udienza del processo Open Arms. Con il vicepremier e ministro c'è l'avvocato Giulia Bongiorno. In Aula sono attesi anche gli ex Ministri Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli. Lo rendono noto fonti vicine al ministro. Salvini è imputato per sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per avere bloccato 147 migranti sulla nave dell'Ong spagnola nell'agosto di tre anni fa quando era ministro dell'Interno.

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È stato acquisito al fascicolo del dibattimento il materiale audio, fotografico e video relativo alle operazioni svolte dalla nave Open Arms, ad agosto 2019, durante il soccorso di un barcone carico di migranti, frutto di attività integrativa d'indagine della Procura di Palermo. L'acquisizione della documentazione è stata chiesta dalla difesa di Salvin. Le riprese, effettuate da un sommergibile l'1 agosto del 2019, e i file di conversazioni che coinvolgono l'equipaggio della Open Arms erano stati messi a disposizioni delle parti dagli inquirenti e facevano parte del fascicolo del pm. L'avvocato Bongiorno ha chiesto che venissero inserite nel fascicolo del dibattimento, che fossero dunque messe a disposizione del tribunale. I giudici hanno anche disposto la trascrizione dei file audio acquisiti. Al fascicolo del dibattimento è stata acquisita anche una consulenza disposta dalla Procura sullo stato dell'imbarcazione soccorsa l'1 agosto del 2019 dalla nave Open Arms. La consulenza è stata realizzata sul materiale video e foto girato prima del soccorso e attesterebbe le precarie condizioni del barcone carico di profughi.

Trenta: “I diritti umani vanno rispettati sempre”

"Io da ministro dell'Interno non mi sarei comportata così. Le nostre battaglie giuste non devono ricadere sui fragili e ci sono diritti umani che vanno rispettati, secondo me seppur in presenza di minacce di terrorismo. I migranti si potevano far sbarcare e si potevano fare successivamente le verifiche relative alla presenza di eventuali terroristi a bordo della imbarcazione", ha detto l'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, teste al processo. "Io credevo comunque che non sarebbe stata una misura sufficiente per avere una maggiore collaborazione da parte della Ong e arrivare al risultato di un controllo migliore dell'immigrazione", ha aggiunto. Trenta, dopo l'annullamento da parte del Tar del divieto di ingresso della nave spagnola in acque italiane, si rifiutò di firmare un nuovo decreto di interdizione.

“Nel caso Diciotti il no allo sbarco fu del Governo”

"Quando si verificò il caso della nave Diciotti, intervenni parlando con i ministri del mio partito e compresi che il governo era d'accordo a operare così. Poi le cose sono cambiate però perché era cambiato il modo di fare", ha aggiunto Trenta chiarendo la differenza tra la vicenda della nave della Marina Diciotti, a cui, ad agosto del 2018, fu impedito l'approdo a Catania con i profughi soccorsi, e quella della Open Arms. Nel primo caso l'esecutivo agì compatto. Nel secondo "il divieto di indicare il porto sicuro - ha detto - fu presa da Salvini".

“Mai saputo di azioni di intelligence Marina”

"Non sapevo nulla dell'attività di intelligence svolta sulla Open Arms dalla Marina. Il mio ruolo, ribadisco, era solo accertare che il divieto di ingresso nelle acque italiane non riguardasse navi militari, io non ero chiamata a valutare l'opportunità del divieto stesso. Se fosse stato così avrei agito in modo diverso", ha proseguito l'ex ministro. "E comunque la firma ai decreti di divieto - ha spiegato - era emergenziale. Se avessimo dovuto impedire l'attracco perché il Viminale aveva accertato che tra i migranti soccorsi c'era un terrorista che voleva farsi saltare in aria, certo non mi sarei potuta fermare a verificarlo".

Trenta: “Non conoscevo i nuovi documenti”

“Non ero a conoscenza di questi documenti sull'attività di un sommergibile della Marina militare, ma io non ero nella linea di decisione rispetto alla opportunità di emettere il secondo decreto. Un decreto di quel genere aveva bisogno di velocità, perché bisognava impedire a una nave di entrare in porto: nel momento in cui il ministro dell'Interno Matteo Salvini avesse ritenuto che per motivi di sicurezza non fosse stato opportuno fare entrare la nave, una verifica fatta da un altro ministro, in un secondo momento, avrebbe creato dei problemi. Quindi, non era proprio nelle mie competenze e comunque non ero a conoscenza di questa attività", ha proseguito Trenta parlando ai cronisti fuori dall'aula bunker.

Toninelli: “Dalla nave notizie su situazione che si complicava”

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"Non ero a conoscenza personalmente di rischi relativi alla sicurezza pubblica o sanitari legati all'eventuale sbarco dei migranti soccorsi dalla nave Open Arms, il rischio mi era stato prospettato dal ministro dell'interno", ha affermato davanti ai giudici l'ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, anche lui teste al processo. "Dopo che il Tar sospese il decreto che vietava l'ingresso della Open Arms in acque italiane, dal Viminale arrivò un secondo decreto che io non firmai, visto che il contesto non era mutato rispetto alla firma del primo decreto. Le cose anzi si stavano complicando perché nel frattempo erano passate due settimane. E inoltre era chiaro che un nuovo decreto, a condizioni immutate, sarebbe stato impugnato e di nuovo annullato. Che senso aveva replicare?", ha continuato il teste. "Dalla nave arrivavano notizie che la situazione a bordo si andava complicando, era una situazione difficilissima ma non è che stavano morendo - ha spiegato - La Open Arms, però, era una imbarcazione da carico che poteva portare 15 persone e lì in quel momento ce ne erano molte di più". "Da ministro condividevo che l'Europa dovesse essere più coinvolta nella gestione del fenomeno migratorio e dei ricollocamenti - ha spiegato - La linea politica era: 'combattiamo l'immigrazione clandestina cercando di far assumere le loro responsabilità agli altri paesi'. Il ruolo del mio ministero però si concludeva con l'invio della richiesta del porto sicuro che era di competenza del Viminale, cioè di Salvini".

“Salvini cercava consensi”

"All'epoca della Open Arms non esisteva già più un governo, esisteva una persona, Salvini, che andava in giro, era in campagna elettorale e parlava alla pancia delle persone. Non si facevano più Consigli dei Ministri con ministri che operavano collegialmente. Siccome si sapeva che sarebbe stato sfiduciato il Governo, si stava cercando di monetizzare stressando l'argomento immigrazione che era molto sentito", ha aggiunto Toninelli. "Dei falli dell'attaccante risponde solo chi li fa non tutta la squadra", ha aggiunto.

“L'ong non si comportò correttamente”

"In mare salvare vite umane è obbligatorio. Chi vede qualcuno che affoga deve prestare soccorso, ma, dopo, deve attivare le procedure di legge, cosa che Open Arms non fece", ha detto Toninelli. "Ogni caso è a sé - ha aggiunto - Nella vicenda Open Arms firmai il primo decreto di divieto di ingresso in acque italiane perché lo ritenevo corretto". "Fui contattato dal mio omologo spagnolo che si era detto disponibile all'apertura di un pos (porto sicuro ndr) che però, poi, non andò a buon fine. Eravamo anche disposti ad accompagnare i migranti in un porto spagnolo - ha raccontato ricordando che la Spagna si offrì di accogliere l'imbarcazione della ong - Da ministro cercai di fare di tutto per trovare una soluzione definitiva. Se alla richiesta di pos si fosse aperto un porto italiano, non avrei offerto la disponibilità di portare i profughi in Spagna, l'ho fatto solo perché il Viminale non concedeva un porto italiano". Rispondendo alle domande dell'avvocato Giulia Bongiorno, legale di Salvini, che gli ha contestato una serie di post critici sulla Open Arms, scritti sui social ad agosto del 2019, Toninelli ha detto: "Ci furono varie violazioni di legge, la ong spagnola non si comportò in maniera corretta e all'offerta che facemmo di scortarli in Spagna avemmo risposta negativa". "Era un'opinione politica perché non si erano comportati correttamente", ha confermato.

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