Pescatori liberati, arrivo a Mazara domani tra le 8 e le 10. Di Maio: "Ce l'abbiamo fatta"

Sicilia

A comunicare l'orario sono stati i parenti che stamane hanno contattato via radio gli uomini dell'Antartide e della Medinea. "Quella di domani sarà una giornata storica, so che non vedete l'ora di vedere quelle imbarcazioni all'orizzonte", ha dichiarato il ministro degli Esteri videocollegato con le famiglie

I 18 marinai dei due pescherecci, liberati il 17 dicembre, sono in navigazione da Bengasi a Mazara del Vallo e arriveranno domani tra le 8 e le 10. Lo assicurano i parenti che stamane hanno contattato via radio gli uomini dell'Antartide e della Medinea.

Nel pomeriggio, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è messo in contatto video con i familiari dei membri dei due equipaggi. "Il governo è con voi. Ce l'abbiamo messa tutta per riportate i pescatori in Italia prima di Natale - ha dichiarato -. E ce l'abbiamo fatta. Quella di domani sarà una giornata storica, so che non vedete l'ora di vedere quelle imbarcazioni all'orizzonte. Tanti auguri di buon Natale a tutta la comunità di Mazara del Vallo, in particolare ai familiari e agli armatori". Presenti all'incontro anche il sindaco di Mazara del Vallo, l'armatore del Medinea Marco Marrone e il ministro Alfonso Bonafede. Al termine, nella sala si è levato un applauso (LA VICENDA - I PESCHERECCI IN VIAGGIO SCORTATI DA NAVE MARINA).

Tutto pronto per l'accoglienza

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Intanto, il sindaco di Mazara, Salvatore Quinci, fa sapere che è tutto pronto per l'accoglienza dei 18 pescatori. Il primo cittadino, in conferenza stampa, ha spiegato che l'orario più probabile d'arrivo è le 10, ma l'area portuale sarà chiusa agli accessi a partire dalle 8. Rimane inalterata la procedura già annunciata stamane: dopo la visita di un medico, a bordo dei pescherecci, i marinai saranno sottoposti a doppio tampone - rapido e molecolare - sotto un gazebo già allestito sulla banchina del porto. Dopo, in macchina, andranno a casa con i loro familiari, sempre che non si verifichino casi di positività. Tra le autorità che accoglieranno i marinai, ci sono il prefetto di Trapani Tommaso Ricciardi, il presidente dell'Ars Gianfranco Miccichè e alcuni deputati. Non è prevista la presenza di esponenti del governo nazionale.

Il comandante Marrone: "Voglio lavorare non fare la guerra"

"Voglio tornare a lavorare, non a fare la guerra". L'ha detto stamane il comandante del peschereccio Medinea, Pietro Marrone, in un collegamento via radio trasmesso da Rainews 24. Il peschereccio e l'altra imbarcazione si trovano attualmente a circa 250 miglia da Mazara del Vallo. "I nostri carcierieri - ha aggiunto Marrone - non volevano che li guardassimo negli occhi, altrimenti ci avrebbero infilato la testa nel bidet". Il comandante ha anche detto che i marinai spesso cucinavano per i carcerieri e dovevano loro servire il cibo, sempre con il divieto di guardarli in faccia. Infine, Marrone ha detto di aver condiviso due celle, insieme ai suoi compagni, con altri detenuti stranieri.

Moglie di un marinaio: "Segni di violenza sul suo volto"

"Il giorno dopo il sequestro dei pescherecci ho ricevuto una foto di mio marito e ho visto che aveva l'occhio destro semichiuso e la guancia arrossata, segno che aveva subito violenze". Lo dice Marika Calandrino, moglie di Giacomo Giacalone, marinaio trentatreenne del peschereccio Anna Madre sfuggito al sequestro. La donna ha sentito il marito il 13 novembre e ieri, ma della questione non hanno mai parlato: "Tra di noi - spiega Marika - esiste un codice di comunicazione tutto nostro. Quando gli ho chiesto come stava, mi ha risposto dicendo che è 'come quando ti schiaccio l'occio, e cioè non posso parlare'. Questo, nel nostro linguaggio significa 'ora sto bene ma prima no'". Marika Calandrino conserva la foto con il volto del marito, "ma non posso mostrarla", dice. "Non vedo l'ora di riabbracciarlo, sono quattro mesi che non lo vedo. La nostra bambina, Gaia, che ha un anno e 5 mesi, quando lui è partito, il 20 agosto, si muoveva con il girello. Adesso parla, corre e bacia la foto del suo papà".

Il sequestro e l’accusa delle autorità libiche

Era il primo settembre quando i due pescherecci vennero sequestrati dalle motovedette libiche. L'accusa avanzata dalle autorità del Paese nordafricano era l'aver violato le acque territoriali, pescando all'interno di quella che ritenevano essere un'area di loro pertinenza, in base a una convenzione che prevede l’estensione della Zee (zona economica esclusiva) da 12 a 74 miglia. Oltre al Medinea e all’Antartide, c’erano altri due pescherecci battenti bandiera italiana in quella zona, che riuscirono a fuggire e a lanciare l’allarme. Il sequestro divenne però in poche ore un caso diplomatico. Le milizie di Haftar, nei giorni successivi, contestarono, in modo infondato, anche il traffico di droga. Nel corso delle trattative, sarebbe stata avanzata la richiesta di uno “scambio di prigionieri”, chiedendo l'estradizione di quattro cittadini libici, ritenuti nel loro Paese giovani promesse del calcio, ma condannati a 30 anni di carcere in Italia in quanto ritenuti gli scafisti di una traversata in cui morirono 49 migranti.

Il caso dei calciatori-scafisti

La condanna nei loro confronti è stata emessa dalla Corte d'Assise di Catania e confermata poi dalla in Appello, con l'accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta 'Strage di Ferragosto' del 2015. Quella notte avrebbero dato "calci, bastonate e cinghiate" ai migranti a bordo per bloccarli nella stiva dell'imbarcazione. I quattro raccontarono ai giudici di aver pagato per quel viaggio, ricostruendo la loro versione: uno di loro disse di "giocare a calcio nella serie A" e di aver "deciso di andare in Germania per avere un futuro, impossibile in Libia a causa della guerra". Durante il dibattimento i legali dei quattro imputati sollevarono anche alcune anomalie nel loro riconoscimento, avvenuto attraverso delle interviste ai 313 sopravvissuti di quel viaggio.

La liberazione

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In questi tre mesi, i familiari dei pescatori sequestrati hanno protestato più volte a Mazara, in piazza, davanti alla casa del ministro alla Giustizia, anche incatenandosi davanti a Montecitorio per chiedere l’intervento dei corpi speciali, nella speranza di poter riabbracciare i propri cari prima di Natale. Il caso era arrivato anche a Bruxelles, con l'appello alla liberazione lanciato dal Consiglio europeo. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, volato a Bengasi insieme al premier Giuseppe Conte, il 17 dicembre ha ufficializzato l’avvenuta liberazione dei 18 pescatori, tra cui 8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi, per i quali si è concluso un incubo durato 108 giorni. Sulla vicenda da tempo a Roma è aperto un fascicolo di indagine. Il procedimento è stato avviato come modello 45, ossia senza ipotesi di reato o indagati. I due equipaggi, a bordo di pescherecci, erano stati fermati dalle milizie di Haftar all'inizio di settembre a circa 80 miglia dalla costa di Bengasi.

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