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La Danimarca dovrà risarcire le donne della Groenlandia a cui fu imposta la spirale

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Fino a 40mila euro per chi, tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta, ha subito la pratica imposta dalla cosiddetta Danish Coil Campaign. Lo ha normato il parlamento danese alla vigilia della pubblicazione dei rapporti di due commissioni di esperti incaricate dal governo semi-autonomo della Groenlandia di valutare se Copenaghen abbia compiuto violazioni di diritti umani (o addirittura un genocidio)

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La Danimarca risarcirà le donne groenlandesi a cui era stata imposta una spirale contraccettiva. Fino a 40mila euro per chi, tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta, ha subito la pratica imposta dalla cosiddetta Danish Coil Campaign. Lo ha normato il parlamento danese alla vigilia della pubblicazione dei rapporti di due commissioni di esperti incaricate dal governo semi-autonomo della Groenlandia di valutare se Copenaghen abbia compiuto violazioni di diritti umani (o addirittura un genocidio). 

I fatti

Fino al 1992 la Danimarca ha gestito il sistema sanitario della Groenlandia. Più di 4.000 donne e ragazze groenlandesi, principalmente inuit, si sono viste inserire un IUD (un dispositivo intrauterino) durante una campagna contraccettiva guidata da Copenaghen a partire dagli anni Sessanta. La pratica, che andò avanti anche dopo il 1992, mirava al contenimento della popolazione della Groenlandia e alla riduzione della pressione sui servizi sociali. E, a suo modo, fu un successo: tra il 1966 e il 1974 il tasso di fertilità della Groenlandia crollò da 7 figli per donna a una media di 2,3, dato che è poi rimasto pressoché stabile fino a oggi nella popolazione Inuit. Molte delle ragazze coinvolte erano giovanissime, tra i 12 e i 15 anni. Venivano spesso prelevate dalle scuole o sottoposte alla procedura durante visite mediche di routine, senza che i genitori ne fossero informati. Alcune donne soffrirono per anni di complicazioni, spesso senza conoscerne chiaramente la causa e senza ricevere cure adeguate. Diverse dovettero essere sottoposte a isterectomia, con asportazione dell’utero e conseguente impossibilità ad avere figli. Molte hanno raccontato di non essere state adeguatamente informate o di non aver dato il proprio consenso.

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La denuncia

A oltre cinquant’anni di distanza, un gruppo di quelle donne ha deciso di non fermarsi alla “denuncia storica” ma di procedere a una richiesta collettiva di risarcimento danni chiedendo un indennizzo di circa 43 milioni di corone danesi (pari a 5,7 milioni di euro) per quella che descrivono come una “evidente violazione dei loro diritti umani”. L’iniziativa legale, nel concreto, era stata avviata nell’ottobre del 2023 da 67 donne, capeggiate da Naja Lyberth, una psicologa groenlandese nata nel 1962, attivista per i diritti delle donne: fu lei la prima a denunciare pubblicamente (nel 2017) che quando era ancora adolescente, nel 1976, fu mandata in ospedale, dopo una visita medica “statale” fatta a scuola, dove le venne impiantato senza il suo consenso un dispositivo intrauterino. Il caso è poi esploso nel 2022, quando la tv danese DR pubblicò sull’argomento un podcast in 5 puntate dal titolo Spiralkampagnen, spingendo i governi danese e groenlandese a concordare di condurre un’ampia indagine. Nel settembre del 2025, la prima ministra danese Mette Frederiksen si è formalmente e pubblicamente scusata con le vittime durante una cerimonia a Nuuk. 

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