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Migranti, chi sono i dublinanti: i numeri, le regole e i motivi dello scontro Roma-Berlino

Mondo
©Ansa

Introduzione

Le polemiche sui migranti nel continente europeo delle ultime settimane hanno riacceso l’attenzione sui “dublinanti”, i richiedenti asilo che, dopo essere arrivati in un Paese europeo, si spostano in un altro Stato membro. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 sono arrivate all’Italia 24mila richieste di trasferimento dagli altri Paesi Ue. Ecco chi sono i “dublinanti”, come funzionano le nuove regole e perché se ne parla in questi giorni.

Quello che devi sapere

Chi sono

Vengono definiti “dublinanti” i richiedenti asilo che, dopo essere stati identificati e avere presentato domanda di protezione in uno Stato membro dell’Ue, si spostano in un altro Paese europeo dove presentano una nuova richiesta o proseguono la procedura. Il fenomeno rientra nei cosiddetti “movimenti secondari”, cioè gli spostamenti di richiedenti asilo da uno Stato membro a un altro senza che cambi il Paese considerato competente per l’esame della domanda. 

 

Il meccanismo nasce dal sistema di Dublino, introdotto nel 1990 e successivamente modificato, che stabilisce i criteri per individuare lo Stato membro responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale. Fino al 12 giugno 2026 il riferimento era il regolamento Dublino III del 2013, sostituito da quella data dal nuovo regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (AMMR), parte del Patto europeo su migrazione e asilo.

 

Per approfondire: Berlino: "Con Patto Ue respingimenti verso Italia". La replica: "Nessuno da riprendere"

Come funziona

Il principio di fondo è rimasto lo stesso: ogni domanda di asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro, quello individuato come competente. La responsabilità non dipende però esclusivamente dal fatto che una persona sia entrata per la prima volta in un determinato Paese: vengono considerati diversi criteri, tra cui l’ingresso e la registrazione della persona, ma anche, a seconda dei casi, la presenza di familiari, il possesso di un visto o di un permesso di soggiorno. Il nuovo Patto ha chiarito questi criteri e introdotto procedure più rapide.

 

Se un richiedente si sposta in un altro Stato e presenta lì una domanda, le autorità del secondo Paese possono verificare quale sia lo Stato competente e chiedere il trasferimento della persona. Il percorso è quindi: verifica della responsabilità, richiesta di trasferimento, decisione sulla richiesta e, se le condizioni sono rispettate, trasferimento verso lo Stato competente. Il nuovo sistema prevede procedure più rapide per questi casi e regole più stringenti per chi si sposta senza autorizzazione da uno Stato all’altro.

 

Per approfondire: Non solo Ceuta, tutti gli isolotti contesi tra Spagna e Marocco usati dai migranti

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I Paesi interessati

Sono soprattutto i Paesi di primo approdo, in primis l’Italia, a trovarsi nella posizione di Stati a cui altri Paesi chiedono di trasferire richiedenti asilo. Quando un richiedente presenta domanda in un secondo Paese e le autorità ritengono che la responsabilità spetti a un altro Stato membro, viene inviata una richiesta di trasferimento. Per chi la manda è una richiesta “in uscita”, per chi la riceve una richiesta “in entrata”. Una richiesta non equivale però automaticamente a un trasferimento: può essere respinta, restare in sospeso o concludersi con un trasferimento effettivo.

I numeri

Secondo Eurostat, nel 2025 l’Italia è stato il Paese Ue che ha ricevuto più richieste di trasferimento: 24.152, davanti a Germania (16.519) e Croazia (12.358). La Germania è invece il Paese che ne ha inviate di più: 35.933, davanti alla Francia con 30.084. I trasferimenti effettivamente realizzati dalla Germania sono stati 5.377, mentre l’Italia ha inviato 5.279 richieste.

Le richieste si dividono inoltre in due fasi:

  • “presa in carico”, quando uno Stato ritiene che un altro debba occuparsi della domanda;
  • “ripresa”, quando il richiedente aveva già presentato domanda nello Stato destinatario. 

Nel 2025, sulle 115.625 richieste ricevute complessivamente nell’Ue, il 39,4 per cento erano di presa in carico e il 60,6 per cento di ripresa. Il fenomeno non riguarda solo Italia e Germania: 19 Paesi hanno ricevuto più richieste di quante ne abbiano inviate, mentre otto, tra cui Germania e Francia, ne hanno inviate più di quante ne abbiano ricevute.

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Il braccio di ferro tra Italia e Germania

Sui “dublinanti” c’è da giorni un braccio di ferro tra Roma e Berlino, che lo scorso dicembre avevano raggiunto un’intesa in materia. La disputa riguarda soprattutto il passaggio dal vecchio sistema di Dublino alle nuove regole del Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026.

L’Italia ritiene che il nuovo quadro abbia determinato, per i casi precedenti a quella data, una sorta di azzeramento del conto dei migranti secondari che la Germania avrebbe dovuto trasferire alla Penisola. Berlino ha invece mantenuto una posizione diversa, chiedendo a Roma di riprendersi anche persone arrivate in Germania prima dell’entrata in applicazione del nuovo sistema. È quindi la gestione dei casi formatisi nella fase di passaggio tra i due regimi a costituire il principale nodo del confronto tra i due Paesi.

Cosa cambia con il nuovo Patto

Il nuovo sistema mantiene il principio della responsabilità dello Stato competente, ma rende più chiari i criteri per individuarlo e accorcia i tempi delle procedure. L’obiettivo è rendere più rapido il trasferimento dei richiedenti verso il Paese responsabile e ridurre i movimenti secondari non autorizzati. Il Patto introduce inoltre un meccanismo permanente di solidarietà tra gli Stati membri, destinato a sostenere quelli sottoposti a maggiore pressione migratoria.

Il nuovo regolamento prevede anche procedure più semplici per riportare nello Stato competente chi si sposta senza autorizzazione in un altro Paese. La Commissione europea, nella prima valutazione sull’applicazione delle nuove norme, ha rilevato progressi degli Stati membri nella gestione dei trasferimenti, ma ha sottolineato la necessità di ulteriori passi per renderli effettivi.

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La polemica

“Non ci esprimiamo su casi singoli”, ha dichiarato la portavoce del ministero dell’Interno tedesco Sonja Kock, rispondendo a una domanda sull’espulsione di una giovane somala in Italia, che dovrebbe avvenire il 19 agosto secondo quanto trapelato nei giorni scorsi a Berlino. “Germania e Italia lavorano in stretta collaborazione e con reciproca fiducia sulle politiche sui migranti”, ha ribadito Kock, rispondendo alle domande sulla posizione del Viminale, che ha affermato che stopperà i migranti in arrivo dalla Repubblica federale.

Il governo tedesco, dunque, non si scopre pubblicamente sul dossier migranti, ma il contatto fra i due ministeri è costante dalla scorsa settimana. La vicenda della giovane somala si inserisce così nella disputa sull’applicazione delle nuove regole e sulla gestione dei trasferimenti tra Italia e Germania.

Cos’è successo

Nei giorni scorsi era infatti emerso che la Germania intenderebbe espellere una ventiduenne della Somalia il 19 agosto, ma il Viminale aveva fatto sapere che avrebbe stoppato la procedura. Il caso è diventato il punto più visibile del confronto tra Roma e Berlino sui “dublinanti”, anche perché la vicenda si colloca nella fase di transizione tra il vecchio sistema europeo e le nuove regole del Patto.

Come detto, il Viminale ritiene “azzerato” il conto dei casi di richiedenti asilo arrivati prima del 12 giugno. Storia diversa, invece, dal governo federale di Berlino, che ha dichiarato di poter reagire in proposito solo in “un secondo momento”.

 

Per approfondire: Migranti, l'Ue pensa a centri rimpatrio in Paesi terzi: i casi

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