"Sharkzilla", lo squalo gigante di New York e la teoria dei bidoni radioattivi

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Una balena con un morso da 60 centimetri, una foca e un tonno da quasi 200 chili sbranati: al largo di Long Island un predatore enorme ha lasciato una scia di carcasse. Uno scienziato ha ipotizzato che vecchi bidoni di scorie nucleari, sversati negli anni '60 in un canyon sottomarino, potessero averlo mutato geneticamente. La caccia all'animale, ribattezzato "Sharkzilla", è al centro di una puntata di Shark Week su Discovery. I test, però, raccontano un'altra storia

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Un morso profondo 60 centimetri su una balena, una foca squarciata e un tonno da quasi 200 chili fatto a pezzi. Al largo di Long Island, nello Stato di New York, una serie di grandi animali marini è finita nel mirino di un predatore fuori misura, scatenando una caccia raccontata nella puntata "Sharkzilla Takes New York" di Shark Week, il programma di Discovery Channel. A guidare le ricerche il biologo marino Craig O'Connell, che ha avanzato un'ipotesi tanto suggestiva quanto controversa: quei danni potrebbero essere opera di uno squalo reso più grande e aggressivo da vecchie scorie radioattive.

 

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La scia di carcasse al largo di Long Island

L'indagine parte il 20 settembre 2025, dopo le segnalazioni di grossi animali marini attaccati nelle acque di fronte a Long Island. Una megattera viene trovata con un morso di circa 60 centimetri, una foca grigia con una ferita di poco più di mezzo metro, un tonno da quasi 200 chili completamente dilaniato. Segni, secondo O'Connell, che grandi predatori un tempo scomparsi dalla zona potrebbero essere tornati.

 

Montauk, all'estremità di Long Island, era famosa in passato come meta per chi cercava squali di taglia eccezionale. "In passato questo era il posto dove venivi a catturare squali mostruosi. Ci sono così tanti record proprio qui, davanti a Montauk", ha raccontato lo scienziato nel programma. Poi anni di pesca intensiva ne avevano azzerato i numeri: "Erano stati completamente sterminati. Spariti. Ma tutto quello che stiamo vedendo mi dice che questi grandi squali potrebbero essere di nuovo qui".

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I bidoni radioattivi nel canyon dell'Hudson

Le ricerche portano il team a circa 160 chilometri da Montauk, verso l'Hudson Canyon, una gigantesca gola sottomarina che inizia a circa 270 metri di profondità per poi precipitare fino a quasi 1.200. Paragonabile per dimensioni al Grand Canyon, l'abisso è un potenziale rifugio per alcuni dei più grandi predatori dell'Atlantico. E ha una storia inquietante.

 

"Alla fine degli anni '60 hanno scaricato 15.000 bidoni di scorie nucleari nell'Hudson Canyon", ha spiegato O'Connell nel programma. "Dieci anni dopo sono andati a controllarli, e perdevano tutti". Da qui la teoria, che lo stesso scienziato ha definito controversa e non provata: "Le perdite radioattive potrebbero avere un impatto sulla fauna, anche sui grandi predatori. Se un animale è esposto a scorie nucleari, questo può causare mutazioni genetiche e una crescita anomala. Se questo predatore è geneticamente alterato, potrebbe essere più veloce, più forte e più letale di qualunque altro sulla Terra. Lo stiamo chiamando Sharkzilla". Il nome, crasi tra l'inglese shark (squalo) e Godzilla, il mostro del cinema giapponese, riassume l'idea di un super-predatore fuori scala.

La caccia e la cattura

Per verificare l'ipotesi serviva l'animale: individuarlo, applicargli una marca satellitare e prelevare un campione di tessuto, unico modo per stabilire un'eventuale contaminazione. Nell'Hudson Canyon il team ha filmato e avvicinato diversi grandi predatori, tra cui uno squalo bianco e alcuni mako. Proprio i mako, gli squali più veloci dell'oceano (oltre 60 km/h), erano i principali sospettati. Alla fine i ricercatori hanno identificato e marcato una femmina di mako lunga quasi 3,6 metri, abbastanza grande da poter aver causato le ferite riscontrate sugli animali di Long Island: l'esemplare ribattezzato "Sharkzilla".

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L'esito: nessuna mutazione

I test hanno escluso qualsiasi mutazione radioattiva: la teoria dei bidoni non ha trovato conferma. L'indagine ha però offerto una spiegazione più semplice della scia di carcasse. Quelle acque, è emerso, funzionano come area riproduttiva per i mako: le femmine cacciavano prede di grandi dimensioni per nutrirsi durante la gestazione. Sharkzilla non era dunque un mostro geneticamente alterato, ma un grande mako incinta, un predatore particolarmente rapido e vorace attivo al largo di New York.

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