Jay Clayton capo intelligence Usa, l'uomo che non ammette la vittoria di Biden nel 2020

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Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Jay Clayton alla guida dell'intelligence nazionale con 51 voti a favore e 47 contrari. Ex presidente della Sec ed ex procuratore federale a New York, subentra all'interim di Bill Pulte ed eredita una comunità di 18 agenzie scossa da tagli e avvicendamenti. Il voto, più diviso del previsto, è arrivato dopo un'audizione in cui Clayton non ha mai riconosciuto in modo diretto la vittoria di Joe Biden nel 2020

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Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Jay Clayton come direttore dell'intelligence nazionale, chiudendo il breve mandato ad interim di Bill Pulte. Il via libera è arrivato con 51 voti favorevoli e 47 contrari, un margine più polarizzato di quanto ci si aspettasse dopo la nomina decisa da Donald Trump a giugno. Clayton, ex responsabile della vigilanza sui mercati finanziari ed ex procuratore federale, prende ora il timone di una struttura che coordina 18 agenzie di sicurezza nazionale.

Jay Clayton
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Dalla Sec alla procura di New York

Il profilo di Clayton è quello di un uomo delle istituzioni con un curriculum costruito soprattutto sulla criminalità finanziaria. Durante il primo mandato di Trump ha guidato la Securities and Exchange Commission, l'autorità che vigila sui mercati mobiliari statunitensi. Più di recente ha ricoperto il ruolo di procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York, uno degli uffici giudiziari federali più importanti del Paese. Proprio su questo doppio profilo (regolatore dei titoli e magistrato inquirente) i repubblicani hanno costruito la loro difesa della candidatura.

Un profilo "convenzionale" ma leale a Trump

Pur essendo percepito come una figura più convenzionale rispetto al predecessore, Clayton ha mantenuto una ferma lealtà a Trump. La chiave della sua conferma sta proprio qui: durante le audizioni al Senato si è sempre rifiutato di affermare in modo diretto che Joe Biden abbia vinto le elezioni del 2020, limitandosi a dire che la vittoria era stata "certificata". Un atteggiamento che gli ha permesso di conservare la piena fiducia del presidente risultando al tempo stesso votabile per la risicata maggioranza repubblicana al Senato.

Le perplessità sul curriculum

Le critiche principali, arrivate soprattutto dai democratici e da alcuni analisti di sicurezza nazionale, riguardano il campo in cui Clayton ha costruito la sua carriera. L'avvocato si è sempre occupato di diritto societario, mercati e finanza, senza un'esperienza diretta in operazioni di intelligence o di sicurezza internazionale. Un profilo che, secondo i suoi detrattori, mal si concilia con la guida di una comunità di 18 agenzie in una fase delicata.

Il predecessore: l'interim di Bill Pulte

Clayton subentra a Bill Pulte, che ha guidato l'intelligence nazionale ad interim per poco più di un mese. Fedelissimo di Trump e privo di esperienza nel settore, Pulte aveva allarmato i parlamentari di entrambi gli schieramenti. Sfruttando il suo altro incarico di responsabile federale per la regolamentazione del settore immobiliare, aveva segnalato diversi oppositori politici del presidente per possibili procedimenti giudiziari e aveva supervisionato pesanti tagli all'Ufficio del Direttore dell'Intelligence Nazionale. Poche ore prima del voto su Clayton, Pulte si era vantato che una quinta ondata di licenziamenti avrebbe ridotto il personale dell'organismo di coordinamento di circa il 30% nel giro di poche settimane. Prima ancora, l'incarico era stato di Tulsi Gabbard, dimessasi il mese scorso.

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Il nodo delle elezioni 2020

Molti democratici avevano inizialmente accolto Clayton con favore, considerandolo un'alternativa più convenzionale rispetto a Pulte. L'atteggiamento è cambiato dopo l'udienza di conferma di luglio, quando diversi senatori lo hanno incalzato affinché riconoscesse la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020. Clayton ha ripetuto che Biden era stato "certificato" come vincitore, ma si è rifiutato di rispondere direttamente. "Non sono un negazionista delle elezioni", ha detto ai senatori, sempre senza affrontare in modo diretto la domanda.

Le critiche dei democratici

Il vicepresidente della Commissione Intelligence del Senato, Mark Warner, ha spiegato che i democratici si trovavano "tra l'incudine e il martello": pur preferendo Clayton a Pulte, restavano turbati dalle sue risposte. Ancora più netto il senatore della California Adam Schiff, secondo cui quell'atteggiamento indica che, se il presidente volesse spingere le agenzie a "inventare qualcosa" per giustificare interferenze nelle elezioni di metà mandato, "Jay Clayton non ha la spina dorsale per opporsi" (le dichiarazioni sono state rilasciate alla Cnn). Chuck Schumer, leader dei democratici al Senato, ha bollato come "pessima" la prova offerta da Clayton in audizione.

Il contesto: la battaglia sul voto del 2020

La nomina cade in una fase di crescente preoccupazione per il coinvolgimento delle agenzie di sicurezza nazionale nel tentativo di Trump di riaprire la controversia sulle presidenziali del 2020. All'inizio del mese il presidente aveva usato un discorso televisivo dalla Casa Bianca per diffondere informazioni declassificate che, a suo dire, proverebbero un'interferenza cinese, ribadendo la tesi di elezioni "truccate". Sul fronte opposto, la maggioranza repubblicana ha difeso la solidità del candidato: il leader John Thune ha sottolineato l'esperienza di Clayton nella lotta ai reati finanziari e nella gestione di dossier di sicurezza nazionale, definendolo un profilo adeguato a una fase di minacce crescenti. Soddisfatto anche Trump, che su Truth ha salutato la conferma definendo Clayton "eccezionale sotto ogni punto di vista". Sullo sfondo resta anche il nodo della Sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act, la norma sulla raccolta di comunicazioni di stranieri all'estero senza mandato individuale: i democratici ne avevano legato il rinnovo all'uscita di Pulte dall'interim, ma difficilmente se ne discuterà prima di settembre, con il Congresso già in pausa estiva.

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La sfida che lo attende

Alla guida della comunità di intelligence, Clayton eredita una macchina reduce da un continuo avvicendamento ai vertici e da tagli pesanti al personale. Dovrà provare a ricomporla partendo da un profilo che i suoi stessi critici giudicano lontano dal mestiere: un avvocato d'affari, esperto di mercati e criminalità finanziaria, chiamato a coordinare diciotto agenzie in una fase di minacce crescenti e di forti tensioni sul terreno, quello dell'integrità del voto, su cui si è già trovato a dover misurare le parole.

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