World Press Photo 2026, Carol Guzy vince con la foto "Separati dall'ICE"
MondoIl noto concorso di fotogiornalismo ha premiato per il 2026 lo scatto di Carol Guzy che immortala il momento straziante in cui una famiglia ecuadoriana viene separata dagli agenti dell'Ice negli Stati Uniti. Le altre finaliste sono l'immagine di Saber Nuraldin, che mostra un gruppo di palestinesi che si arrampica su un camion di aiuti umanitari a Gaza, e quella di Victor J. Blue, dedicata alla battaglia legale delle donne Achi contro i loro aggressori
La foto dell’anno per il 2026 è "Separati dall’ICE" di Carol Guzy. L'immagine, che immortala il momento straziante in cui una famiglia ecuadoriana viene separata dagli agenti dell'Immigration and Custom Enforcement, l’agenzia federale statunitense che si occupa del contrasto all’immigrazione, si è aggiudicata il prestigioso premio di World Press Photo. Ogni anno il noto concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria premia il miglior scatto dell'anno. Realizzata dalla fotoreporter americana Carol Guzy, l'immagine è stata scattata all’interno di uno dei pochi edifici federali Usa dove è stato consentito l’accesso ai fotografi. Protagonista dello scatto è un migrante ecuadoriano, Luis, fermato dagli agenti dell'Ice dopo un’udienza nel tribunale per l’immigrazione nel Jacob K. Javits Federal Building di New York, il 26 agosto 2025. Secondo i familiari, Luis non ha precedenti penali ed è l’unico sostegno economico della famiglia. La moglie Cocha e i loro tre figli (rispettivamente di 7, 13 e 15 anni) sono stati separati da lui, costretti ad affrontare immediate difficoltà economiche e un profondo trauma emotivo.
Carol Guzy: "Noi testimoni della sofferenza di molte famiglie, questo premio è il loro"
"Questo riconoscimento mette in luce l’importanza cruciale di questa storia nel mondo, siamo testimoni della sofferenza di innumerevoli famiglie, ma anche della loro dignità e resilienza che trascende l’avversità. Mi ha toccato profondamente", ha detto la stessa Carol Guzy. Quello immortalato da Guzy non rappresenta un caso isolato. Sono tanti gli episodi di violenza attribuiti agli agenti federali responsabili dell'immigrazione: è il caso, ad esempio, della 37enne Renee Good, uccisa da un agente a Minneapolis. Lo scatto è stato selezionato da un lavoro più ampio della fotoreporter, dal titolo "Arresti dell’ICE presso il tribunale di New York", premiato nella categoria "Storie per la regione Nord e Centro America". "Il coraggio di aprire le loro vite alle nostre macchine fotografiche ci ha permesso di raccontare le loro storie, e questo premio appartiene certamente a loro, non a me", ha aggiunto l'autrice.
World Press Photo: "Una testimonianza cruda e necessaria"
Lo scatto vincitore "mostra il dolore inconsolabile di bambini che perdono il padre in un luogo costruito per la giustizia, è una testimonianza cruda e necessaria della separazione familiare in seguito alle politiche di riforma degli Stati Uniti", afferma Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva di World Press Photo. "In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente", aggiunge.
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L'altra finalista del World Press Photo
Oltre allo scatto di Carol Guzy, si è aggiudicata il titolo di finalista del concorso "Emergenza umanitaria a Gaza", realizzata dal fotografo palestinese Saber Nuraldin. L'immagine mostra un gruppo di palestinesi che si arrampica su un camion di aiuti umanitari che entra nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Zikim, nel tentativo di procurarsi farina. Lo scatto, del 27 luglio 2025, è stato realizzato in quella che l’esercito israeliano aveva definito una “sospensione tattica” delle operazioni per consentire il passaggio degli aiuti umanitari.
Lo scatto sull'emergenza umanitaria a Gaza
Nel corso del 2025 l'emergenza umanitaria e la carestia a Gaza si sono aggravate. Una commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui diritti umani aveva parlato di un "genocidio" a Gaza, valutazione poi contestata da Israele. Le autorità israeliane avevano imposto un blocco totale degli aiuti. Secondo le Nazioni Unite, tra la fine di maggio e l’inizio di ottobre dello scorso anno, almeno 2.435 palestinesi in cerca di cibo sono stati uccisi vicino a siti di distribuzione degli aiuti. Nonostante un accordo di cessate il fuoco raggiunto a ottobre, oltre il 75% della popolazione ha continuato a soffrire di fame e malnutrizione.
La giuria: "Una prova della fame e della distruzione"
Secondo la giuria di World Press Photo of the Year, l'immagine di Nuraldin rende visibile la portata e l’urgenza della carestia nel secondo anno della guerra a Gaza. La composizione diretta costringe lo spettatore a fermarsi, offrendo una prova visiva della fame e della distruzione che circonda la scena. Per la giuria, la fotografia "mette lo spettatore di fronte alla realtà della situazione, evidenziandone al tempo stesso le implicazioni collettive e globali".
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Finalista anche lo scatto di Victor J. Blue
L'altra finalista del concorso è "I processi delle donne Achi" di Victor J. Blue. Lo scatto vede protagonista Doña Paulina Ixpatá Alvarado, detenuta e aggredita per 25 giorni nel 1983. Insieme a lei, anche altre donne Achi fuori da un tribunale di Città del Guatemala. Tutte sono state vittime di violenza e, per questo, hanno avviato una battagliua legale contro gli aggressori. Il ritratto è stato realizzato il 30 maggio 2025, il giorno della condanna per stupro e crimini contro l’umanità di tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile. La guerra civile in Guatemala aveva portato al genocidio di migliaia di persone Maya Achi per mano dell’esercito e di forze paramilitari locali sostenute dallo Stato, che avevano utilizzato la violenza sessuale come arma sistematica per sottomettere le comunità indigene. Per oltre quarant’anni, un gruppo di donne indigene Maya Achi di Rabinal ha continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate. Nel 2011, 36 donne hanno rotto il silenzio, avviando e vincendo una battaglia legale durata 14 anni contro i loro aggressori.
Il ritratto delle donne Achi
Secondo la giuria di World Press Photo, "l’approccio classico e misurato della fotografia di Blue evidenzia la dignità e l’autorevolezza delle donne, contrapponendosi alle rappresentazioni visive del passato che le ritraevano come soggetti privi di potere". Il ritratto documenta invece un momento di "forza collettiva al termine della loro lunga battaglia per la giustizia". "Il fotogiornalismo non è mai stato un lavoro facile. Non è mai stato redditizio, né sicuro, né garantito da un pubblico. Eppure i fotografi partono. Vanno nei tribunali e nelle zone di conflitto, negli angoli più silenziosi del mondo, dove la storia si sta scrivendo senza testimoni. Lo fanno perché credono che vedere sia importante, che le prove contino", ha dichiarato Kira Pollack, presidente della giuria globale per il 2026.