Il 24 marzo 1976 un golpe guidato dal generale Jorge Rafael Videla portò la dittatura militare in Argentina. Tra quell'anno e il 1983, quando le elezioni riportarono la democrazia, circa 30mila persone accusate di essere dissidenti politici furono arrestate e non fecero mai più ritorno. Ad oggi sono stati ritrovati solo 1400 corpi. Le organizzazioni di Madri e Abuelas di Plaza de Mayo sono scese in piazza a manifestare per la Giornata della Memoria, la Verità e la Giustizia
Sono passati 50 anni dal colpo di stato militare in Argentina che ha dato inizio alla stagione dei desaparecidos, gli “scomparsi” che dopo essere stati arrestati per motivi politici non fecero mai più ritorno a casa. Era il 24 marzo del 1976 quando il golpe guidato dalle forze armate argentine destituì l’allora presidente Isabel Martínez de Perón e iniziò la dittatura militare denominata Processo di riorganizzazione nazionale. A capo ci fu prima Jorge Rafael Videla, dittatore e di fatto presidente dell’Argentina dal 1976 al 1981, seguito poi da altri 5 generali. La dittatura militare finì nel 1983, quando con le elezioni di ottobre venne ripristinata la democrazia.
Manifestazioni dopo 50 anni
Il 24 marzo 2026, cinque decenni dopo il golpe, i cittadini argentini sono tornati in strada a Buenos Aires e nelle principali città del Paese per manifestare e commemorare la Giornata della Memoria, la Verità e la Giustizia. Le organizzazioni per i diritti umani, gruppi politici, sindacati e movimenti sociali hanno chiamato a raccolta nella piazza principale della capitale le Madri e le Abuelas (ovvero “nonne”) di Plaza de Mayo, associazioni argentine per i diritti umani nate per cercare i figli e i nipoti scomparsi durante quei sette anni di dittatura. Durante la manifestazione è stato letto sul palco, allestito di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale, un documento per rivendicare l'importanza della memoria e ribadire le richieste di verità e giustizia sui crimini della dittatura. Letti alcuni passaggi anche dello storico "Nunca Más", ovvero "Mai più", il rapporto scritto dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che illustra le indagini e riporta le testimonianze di quel periodo.
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I desaparecidos
Tra il 1976 e il 1983 furono decine di migliaia le persone scomparse: i desaparecidos in spagnolo e portoghese. Oggi si stima che furono almeno 30mila coloro che scomparvero nel nulla dopo essere stati arrestati per motivi politici dal regime dittatoriale militare. Erano accusati di essere dissidenti o di aver compiuto attività anti governative e per questo arrestati dalle forze governative di notte e senza testimoni. Della maggior parte di loro non si è saputo più nulla: dopo il ritorno della democrazia fu possibile ricostruire alcuni avvenimenti e si scoprì che alcuni venivano subito giustiziati, altri invece detenuti in campi di concentramento e torturati. I corpi furono gettati nell’oceano Atlantico, nel Rio de la Plata o in fosse comuni.
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Solo 1400 corpi di desaparecidos ritrovati
A distanza di 50 anni dal periodo di paura del terrorismo di Stato, i familiari dei desaparecidos sanno che ritrovare i loro cari è praticamente impossibile. Per questo le organizzazioni ad oggi non chiedono più il loro ritorno in vita ma solo la possibilità di recuperarne i corpi. Ad oggi sono stati ritrovati i cadaveri di solo 1400 desaparecidos a fronte degli oltre 30mila scomparsi: i familiari delle vittime esigono quindi che venga rotto il 'patto del silenzio' dei militari che ancora oggi impedisce di dare degna sepoltura a tutte le persone scomparse. "Qué digan donde están", ovvero “Che dicano dove sono”, è invece lo slogan con il quale le organizzazioni chiedono anche di conoscere l’identità e ritrovare gli oltre 400 bambini nati e sottratti nei centri di detenzione clandestina negli stessi anni della dittatura militare.
Milei contro le organizzazioni delle vittime
La verità sui desaparecidos è motivo di scontro tra le organizzazioni dei familiari e il governo di Javier Milei. La posizione del presidente, infatti, è affine a quella dei revisionisti di destra che contestano il numero delle vittime. Anche oggi, nel giorno del 50esimo anniversario dal golpe, Milei ha diffuso sui social un filmato istituzionale in cui accusa i precedenti governi peronisti di Nestor e Cristina Kirchner di aver "imposto una narrazione sui tragici fatti del decennio del '70 con una visione parziale e revanscista con l'obiettivo di beneficiare economicamente pochi e ottenere un guadagno politico". Anche nei due precedenti anniversari trascorsi durante il suo mandato, il governo Milei aveva pubblicato altri due video in cui si opponeva alle rivendicazioni dei familiari delle vittime e affermava l'esigenza di una "memoria completa" che includa anche i crimini commessi dalle guerriglie di sinistra.