Introduzione
Il blocco dello Stretto di Hormuz, imposto dalle forze iraniane dopo l'inizio del conflitto dello scorso 28 febbraio, ha ridotto quasi completamente il traffico marittimo. Riescono a passare quasi esclusivamente mercantili e petroliere battenti bandiera di Teheran. Ecco i dati e come si stanno organizzando i vari Paesi.
Quello che devi sapere
Chi passa ancora da Hormuz
Secondo i dati della società di analisi Kpler, tra il 1 e il 19 marzo, si sono registrati 116 attraversamenti lungo i 167 chilometri dello Stretto, con un crollo del 95% rispetto ai volumi standard. Delle navi in transito, 71 sono petroliere - per oltre la metà a pieno carico - dirette prevalentemente verso i mercati orientali. L'analisi dei transiti rivela un'egemonia iraniana supportata da una quota di navi greche (18%) e cinesi (10%).
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Commercio paralizzato
Nonostante Teheran riesca ancora a esportare il proprio greggio, il commercio globale nell'area è di fatto paralizzato. Dall'inizio delle ostilità, oltre un terzo dei mercantili transitati è risultato soggetto a sanzioni internazionali. La percentuale sale a oltre il 50% se si isolano petroliere e metaniere.
Le mosse di Pechino, e non solo
Secondo un rapporto di JPMorgan, il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è, come già anticipato, di origine iraniana ed è destinato quasi interamente all'Asia, con la Cina come principale acquirente. Pechino starebbe però già pianificando operazioni per sbloccare le proprie grandi petroliere rimaste intrappolate nella regione. Per superare il blocco, diversi governi, tra cui India, Pakistan, Iraq e Malesia, hanno avviato trattative dirette con i Pasdaran per coordinare i transiti. Secondo la società Clarksons, alcune imbarcazioni starebbero navigando con l'esplicito benestare di Teheran, seguendo rotte a ridosso delle coste iraniane. Lloyd's List segnala inoltre l'esistenza di un "corridoio" nei pressi dell'isola di Larak, dove almeno nove navi sono state autorizzate al passaggio dopo essere state sottoposte a ispezione dalle autorità iraniane.
La situazione del Giappone
Intanto, ieri, 21 marzo, è emerso che l’Iran sarebbe pronto a facilitare il passaggio anche delle navi giapponesi attraverso lo Stretto di Hormuz, come ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un'intervista all'agenzia Kyodo News, precisando che le trattative con Tokyo sono in corso. "Non abbiamo chiuso lo stretto. È aperto", ha affermato Araghchi, sottolineando che Teheran, oggetto di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele da fine febbraio, persegue "non un cessate il fuoco, ma una fine completa, globale e duratura della guerra". Il capo della diplomazia iraniana ha chiarito come l'Iran non abbia interrotto la navigazione nello snodo strategico, ma ha imposto restrizioni alle imbarcazioni delle nazioni coinvolte in azioni offensive contro Teheran, aggiungendo che l'Iran è disposto a garantire il transito sicuro a Paesi come il Giappone, purché vi sia coordinamento tra i due Paesi. Tokyo dipende dal Medio Oriente per oltre il 90% delle importazioni di greggio, la maggior parte delle quali transita proprio attraverso lo stretto.
La “flotta ombra”
Bisogna poi considerare anche che, dal 16 marzo, la quasi totalità delle navi dirette a Ovest appartiene alla cosiddetta "flotta ombra", ovvero quell'infrastruttura marittima parallela composta da circa 1.100 petroliere, per lo più vecchie e operanti al di fuori dei circuiti legali, che viaggiano eludendo le sanzioni internazionali. Queste imbarcazioni in genere disattivano i transponder AIS per sparire dai radar, falsificano i documenti di carico e cambiano ripetutamente bandiera, sfruttando Paesi i cui regolamenti sono meno stringenti, come Panama o le Isole Cook. Il cuore operativo della flotta si basa sui trasferimenti "ship-to-ship" in mare aperto, dove il greggio sanzionato viene miscelato con carichi leciti per nasconderne la provenienza.
Le ripercussioni sulle Borse
Intanto le ripercussioni della situazione ad Hormuz continuano a farsi sentire sui mercati. Le Borse europee venerdì hanno chiuso in calo, con la corsa dei prezzi dell'energia che non si arresta e con il rischio di un aumento dell'inflazione. Un quadro che scatena le scommesse sul rialzo dei tassi e mette in tensione i titoli di Stato. In tre settimane, ovvero dall'inizio della guerra, sono andati in fumo oltre 1.700 miliardi di capitalizzazione.
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