"Io sono la dimostrazione che è possibile ritrovare nell'oscurità un po' di colore", ha detto Pelicot - protagonista di un caso giudiziario di abusi che ha sconvolto il mondo - per la prima volta in Italia a evento pubblico a Torino. "Non è mai la vittima che deve sentirsi in colpa"
"È possibile rinascere dalle proprie ceneri. Il mio è un messaggio di speranza, nonostante tutto è possibile rialzarsi anche quando si pensa di avere toccato il fondo. Io sono la dimostrazione che è possibile ritrovare nell'oscurità un po' di colore". Gisele Pelicot per la prima volta ieri in Italia, in unico evento pubblico a Torino, è stata accolta dalla standing ovation dei presenti. Tutti in piedi, commossi, un applauso lunghissimo all'inizio e alla fine dell'incontro, chiuso con l'invito alle donne "a non dubitare mai". Pelicot, 72 anni, è protagonista di un caso giudiziario che ha sconvolto il mondo, ha da poco pubblicato la sua biografia 'Un inno alla vita' (Rizzoli, traduzione di Bérénice Capatti) dove ha raccontato la sua terribile vicenda, gli abusi subiti dal marito e dai suoi 50 complici per quasi un decennio. Alla Cavallerizza Reale ha dialogato con la direttrice del Salone del Libro, Annalena Benini, nell'incontro organizzato nell'ambito di Aspettando il Salone, ciclo di appuntamenti che accompagna lettrici e lettori verso la prossima edizione dell'evento, in programma dal 14 al 18 maggio.
"Il mio racconto per tutte le donne vittime di abusi"
"Questo libro - ha spiegato Gisele Pelicot - è il racconto di un percorso compiuto da tre generazioni di donne che sono state capaci di ritrovare la gioia di vivere: mia nonna, mia mamma e io. Ho ereditato da loro la mia forza. Non mi sono mai persa d'animo, non sono mai crollata. La vita continua. Sono tornata ad amare ed è una grande forza: amare ed essere amata". Pelicot ha anche spiegato la sua scelta di volere un processo a porte aperte. "Non è una decisione che ho preso velocemente, ma non l'ho mai rimpianta. Non volevo che restasse una vicenda tra me e quei 51 uomini. Non è la vittima che deve sentirsi in colpa. L'ho fatto per tutte le donne che hanno subito abusi sessuali e non sono riuscite a denunciarli. Volevo che tutti vedessero le facce degli imputati, erano loro a dovere provare vergogna e non io". Nelle sue parole, c'è il dolore per non avere capito a lungo cosa le stesse succedendo. "Pensavo di avere condiviso 50 anni di vita felice con un uomo amorevole, generoso. È stata una deflagrazione, uno tsunami. Il momento più difficile è stato raccontarlo ai miei figli, avevo pensato di sparire, ma poi ho capito che avrebbero perso anche il mio sostegno".