Iran, l’arsenale in campo: quali sono le armi a disposizione di Israele, Usa e Teheran
MondoIntroduzione
L’attacco congiunto di Usa e Israele nei confronti dell’Iran, partito da un missile da crociera lanciato da una unità navale statunitense, ha dato avvio a un'operazione destinata a protrarsi nei prossimi giorni. Il missile rappresenta la scintilla di uno scontro molto più ampio, destinato a svilupparsi su più domini operativi: ecco cosa sapere
Quello che devi sapere
Una presenza militare già radicata
Nella regione mediorientale gli Stati Uniti dispongono da anni di un apparato militare consistente: circa 40mila uomini distribuiti in una ventina di installazioni. Tutte queste forze fanno capo al comando centrale responsabile dell’area, che coordina alcune tra le strutture strategiche più rilevanti dell’intero sistema militare americano.
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Le principali basi nella regione
Il fulcro logistico è rappresentato dalla grande base in Qatar, che ospita circa 10mila effettivi. In Bahrein è invece collocato il quartier generale della Quinta Flotta, mentre in Kuwait gli americani operano da diversi complessi militari, tra cui Camp Arifjan, Ali al-Salem e Camp Buehring. Altri contingenti, con uomini e mezzi, sono schierati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, dove svolgono soprattutto attività di monitoraggio dello spazio aereo e difesa antimissile. In Giordania è attiva la base di Muwaffaq Salti ad Azraq, fondamentale per le operazioni dell’aviazione. Più complesso e instabile è lo scenario tra Iraq e Siria, dove la presenza militare si intreccia con tensioni interne, gruppi armati filoiraniani e cellule jihadiste ancora attive. Questo sistema di installazioni costituisce solo una parte della macchina bellica statunitense. Nell’area operano anche forze alleate, inclusi contingenti italiani dispiegati tra Kuwait, Kurdistan iracheno e Libano nell’ambito delle missioni internazionali. Si tratta di una vera e propria “cintura operativa” che circonda il teatro del conflitto.
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L’impiego dei Tomahawk
Per svincolarsi dalle limitazioni legate alle autorizzazioni di sorvolo e conservare piena libertà d’azione, Washington ha dispiegato in Medio Oriente un imponente dispositivo aeronavale, tra i più consistenti dai tempi della guerra in Iraq. Presenti diversi caccia, dagli F-15 agli F-22, dagli F-35 ai mezzi per la guerra elettronica e per il comando e controllo. Il fulcro operativo è rappresentato dall’impiego di missili da crociera Tomahawk, vettori subsonici a lungo raggio progettati per colpire in profondità da navi di superficie e sottomarini, affiancati da due gruppi portaerei con le rispettive componenti aeree imbarcate. Questa configurazione consente un flusso continuo di missioni e garantisce capacità offensiva anche nel caso in cui le basi terrestri risultino esposte a possibili ritorsioni.
Il rafforzamento della presenza aeronautica
In parallelo è stata potenziata in modo significativo la presenza aeronautica. Molti assetti operano da installazioni in Israele e Giordania, sostenuti da un intenso ponte di aerocisterne che assicura autonomia e persistenza in volo. La campagna mira a conquistare una superiorità aerea totale, ritenuta essenziale per sostenere le operazioni, pur restando centrale la preoccupazione per la reazione balistica iraniana, principale strumento di deterrenza di Teheran.
L’arsenale balistico iraniano
Sul piano delle capacità, la minaccia iraniana combina armi di diverso genere, dai razzi Shahab 1 e Fateh 110, in grado di raggiungere le basi nel Golfo, ai Fateh 2, in grado di colpire bersagli a 500 chilometri, gli Zolfaghar e i Qiam, con un raggio di 700 e 800 chilometri. Per colpire le città, le basi e i centri di comando di Israele, invece, Teheran può fare affidamento sulle scorte di Shahab-3, Emad, Ghadr, Sejjil e Khoramsar.
La minaccia sul mare e lo Stretto di Hormuz
Sulle coste iraniane le unità dei Pasdaran mantengono sotto osservazione le rotte marittime e hanno avvertito le navi commerciali di evitare il passaggio nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. Le postazioni costiere sono predisposte anche per eventuali attacchi contro unità navali avversarie.
Le milizie alleate: il fronte indiretto
Accanto alle forze regolari, Teheran può contare su una rete di gruppi armati attivi in diversi Paesi. Il conflitto iniziato nell’ottobre 2023 ha indebolito Hamas e ridimensionato Hezbollah, che ha dichiarato di non voler intervenire direttamente salvo sviluppi estremi. Diversa la posizione dei ribelli yemeniti, pronti a riprendere le azioni contro Israele e contro il traffico navale nel Mar Rosso, mentre in Iraq alcune milizie sciite hanno già annunciato l’intenzione di colpire interessi statunitensi con una strategia di logoramento prolungato.
Le difese di Israele e Usa
Per prevenire eventuali attacchi di Teheran, Israele e Usa hanno difese strutturate contro aggressioni di questo tipo. Il primo dispone dell’Iron dome per razzi e minacce a corto raggio; del David’s Sling per minacce più complesse (inclusi alcuni cruise e balistici tattici) e, infine, dell’Arrow 3 per intercettazioni ad altissima quota, anche fuori atmosfera. Accanto agli intercettori, è rilevante Iron Beam, sistema laser che Israele considera maturo/impiegabile per minacce “piccole” (droni, mortai, razzi), con un vantaggio chiave: ridurre il consumo di intercettori costosi. Sul lato Usa (e, in parte, dei partner regionali) la difesa tipicamente combina: Thaad, pensato per colpire missili balistici in fase terminale ad alta quota; Patriot Pac-3, intercettore hit-to-kill contro balistici tattici e altre minacce; Aegis/Sm-3 su cacciatorpediniere e incrociatori, con capacità di intercetto in fase midcourse (in spazio).
Il vero vincolo: le scorte di intercettori
Un elemento destinato a pesare sulla durata e sulla forma della guerra è proprio la disponibilità di munizioni difensive. Il Financial Times ha evidenziato che Stati Uniti e Israele hanno consumato intercettori ad un ritmo molto elevato nei precedenti cicli di escalation, e che oggi la pianificazione deve fare i conti con la profondità degli arsenali: quante munizioni sono effettivamente disponibili prima che la difesa inizi a “bucarsi”. C’è anche un vincolo logistico: i cacciatorpediniere devono rientrare in porto per ricaricare i lanciatori, un limite che rende più difficile sostenere difese navali continue e ad alta intensità per periodi lunghi.
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