Greg Bovino, chi è l'agente dell'US Border Patrol simbolo della lotta agli immigrati

Mondo
©Getty

Italoamericano, con origini calabresi, è nato nel 1970 in North Carolina. Fin da piccolo sogna di lavorare per il controllo delle frontiere, rapito dal film "The Border", con Jack Nicholson. Per Trump lo si è visto operare in tutte le grandi città, da Los Angeles a Minneapolis. Un articolo del New York Times ha posto l'accento su un suo cappotto da guerra "associato ai nazisti"

ascolta articolo

Agente della polizia di frontiera, origini calabresi, è Gregory Bovino il volto delle ultime retate contro gli immigrati illegali negli Stati Uniti. Classe 1970, è il dirigente della US Border Patrol, in cui lavora dal 1996. Da Minneapolis, ultimo fronte caldo della lotta di Donald Trump in caccia di migranti da deportare, hanno fatto il giro del mondo le sue foto con indosso un cappotto da guerra che The New York Times ha associato ai nazisti. Per la testata, il doppiopetto verde-militare con spalline e bottoni dorati è "il simbolo del conflitto" in corso: "Nel mare di agenti mascherati, il cappotto di Bovino é impossibile da ignorare". 

Chi è Gregory Bovino

Bovino è cresciuto nello Stato del North Carolina. Furono i suoi nonni a emigrare dall’Italia agli Usa, nel 1909, diventando poi cittadini nel 1927. Da bambino vide il film The Border, 1982, con Jack Nicholson nei panni di un agente per l’immigrazione. Lo colpì così a fondo che decise di seguirne le orme. È nel 1996 che Bovino entra nella Us Border Patrol, inizialmente operando a El Paso, in Texas. Il suo nome ha iniziato a circolare tra i simpatizzanti repubblicani di destra già intorno al 2020, quando i video promozionali della Us Border Patrol hanno scelto musica rock per accompagnarli.

Return to the sender

Ancora prima che Trump si insediasse per la seconda volta, Bovino fu al centro della scena per l'operazione Return to the sender, quando guidò una retata contro presunti immigrati nella remota contea californiana del Kern. Dei 78 arrestati peruviani, in seguito emerse che soltanto uno di loro aveva precedenti penali.

Il cappotto da guerra

Il cappotto da guerra indossato da Bovino si chiama “great coat”. Portato da leader su entrambi i fronti della Seconda Guerra Mondiale (tra questi il generale statunitense Douglas MacArthur), é strettamente associato nello stile a quello dei militari tedeschi sotto Adolf Hitler. "Non solo é un segno di militarizzazione, ma anche di tirannia", scrive il Nyt, citando commentatori come lo storico di Princeton Harold James, secondo cui il problema non è necessariamente il soprabito, quanto il contesto e il modo in cui Bovino lo indossa: "Metterselo per affrontare la folla con sostenitori armati, insieme ai capelli rasati e ai vestiti neri o scuri sotto, dà un'inconfondibile aura da dittatore anni Trenta". È da tempo che Bovino sfoggia il cappotto militare, spesso indossato sopra la camicia nera: lo ha fatto l'anno scorso accompagnando l'ICE nei raid di Los Angeles e Chicago, documentati in un video dal Ministero della Sicurezza interna. "Se pensate che i riferimenti a fascismo e autoritarismo siano un'iperbole, basta che lo guardiate", aveva detto all'epoca il governatore della California Gavin Newsom. La portavoce della Homeland Security, Tricia McLaughlin, ha contestato le associazioni del cappotto al nazismo: "È parte dell'uniforme invernale della Border Patrol e Bovino lo indossa dal 1999". Per McLaughlin i dibattiti che includono paragoni con la Gestapo sono "pericolosi" e la causa, in parte, di un aumento nei casi di aggressioni contro le forze dell'ordine.

Vedi anche

Cos'è l'ICE, l'agenzia che controlla l'immigrazione negli Usa

Mondo: I più letti