Dal Venezuela all’Iran fino alla Groenlandia, tutti i fronti aperti da Donald Trump

Mondo
Getty/Dipartimento di Stato Usa

Introduzione

Il presidente degli Stati Uniti ha coinvolto a vari livelli il Paese in crisi internazionali talvolta già aperte ma anche ‘battezzate’ dallo stesso tycoon. Se in Venezuela gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare per catturare il dittatore Nicolas Maduro e adesso si discute del futuro del Paese, la Groenlandia è finita al centro dell’attenzione di Trump che la considera “fondamentale” per la sicurezza a stelle e strisce. Sullo sfondo restano le proteste in Iran, con il regime degli ayatollah che sembra in bilico, ma non solo. Un clima di tensione tale che, secondo il commissario Ue Andrius Kubilius, per l'Europa "adesso è il momento di realizzare" quanto prefissato sulla difesa, "perché, come ha detto di recente il cancelliere Merz, i tempi della pax americana sono finiti".

Quello che devi sapere

L’intervento Usa in Venezuela

Il 2026 è iniziato con la cattura del presidente e dittatore del Venezuela, Nicolas Maduro. Il 3 gennaio le forze statunitensi hanno attaccato Caracas e lo hanno prelevato, trasferendolo poi a New York per essere processato. Il presidente degli Usa Donald Trump ha affermato che “gestiremo il Paese fino a quando potremo farlo", in attesa di una transizione "sicura”. Nei giorni successivi all’attacco la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, si è insediata come nuova presidente ad interim del Venezuela. Mentre il tycoon ha fatto sapere di avere annullato una seconda ondata di attacchi sul Paese grazie alla collaborazione mostrata dal nuovo governo, e che “saranno gli Usa a decidere quali compagnie lavoreranno in Venezuela” nel settore petrolifero. L’interessa americano è stato certificato anche dall Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, che ha dichiarato come ulteriori sanzioni statunitensi contro il Venezuela potrebbero essere revocate già la prossima settimana per facilitare le vendite di petrolio.

 

Leggi anche: Venezuela, il Senato americano approva la risoluzione per limitare Trump

Lo scontro con Cuba

L’attacco in Venezuela ha alzato la tensione non solo tra i due Paesi, ma anche nell’intera area americana. Forte in particolare la tensione con Cuba, con Donald Trump che in queste ore è tornato a minacciare il Paese: “Per molti anni ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio ha fornito 'servizi di sicurezza' agli ultimi dittatori venezuelani, ma ora non più! Il Venezuela ora ha gli Usa, l'esercito più potente del mondo a proteggerlo, e noi lo proteggeremo”, ha attacco il tycoon. Secca la replica di L’Avana, con il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez che ha detto: “Gli Stati Uniti si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza in tutto il mondo”. Di fronte alle minacce di un'intervento diretto contro Cuba, il governo di Miguel Díaz-Canel ha risposto con un'esercitazione militare in tutto il territorio dell'isola e affermando che "prepararsi alla difesa è uno sforzo necessario".

pubblicità

Cosa succede con Colombia e Messico

Dopo l’attacco al Venezuela, Donald Trump non si è trattenuto dall’aggredire verbalmente altri due Paesi americani. “La Colombia è governata da un uomo malato, non lo farà ancora per molto tempo, l'operazione Colombia mi sembra una buona idea", ha minacciato il presidente Usa riferendosi a Gustavo Petro, reo ai suoi occhi di guidare un Paese che esporta cocaina negli States. Nei giorni successivi però Trump ha parlato con il presidente della Colombia: "È stato un onore parlare con il presidente della Colombia, che mi ha chiamato per spiegare la situazione relativa alla droga e altri disaccordi che avevamo. Ho apprezzato la sua chiamata e il suo tono, e non vedo l'ora di incontrarlo in futuro”, ha riferito il tycoon, dopo una - almeno apparente - telefonata chiarificatrice. Trump però non si era fermato qui: "Dobbiamo fare qualcosa anche con il Messico, il Messico deve darsi una regolata", aveva detto pur elogiando la presidente Claudia Sheinbaum ma rammaricandosi che abbia rifiutato le sue ripetute offerte di truppe per sgominare i cartelli della droga. Dura la replica della collega: "Il Messico crede fermamente che l'America non appartenga a una dottrina o a una potenza. Il continente americano appartiene al popolo di ciascuno dei Paesi che lo compongono".

La tensione sul futuro della Groenlandia

Le ambizioni di Donald Trump non si fermano però all’America Latina: il tycoon nei giorni scorsi è infatti tornato all’attacco su uno dei suoi vecchi cavalli di battaglia, la Groenlandia. Il presidente Usa si è detto deciso a prendersi "con le buone o con le cattive" la terra - politicamente legata all’Europa ma geograficamente all’America - ricca di risorse minerarie e, nella sua narrazione, cruciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Mentre il popolo groenlandese ha risposto tramite la voce dei leader dei cinque partiti dell'isola più grande del mondo, che hanno accantonato le rivalità per difendere "la sovranità" non in vendita e "il diritto" di decidere in piena autonomia il proprio destino. Nei prossimi giorni il dossier approderà nell'Aula dell'Inatsisartut, acuendo una tensione destinata a mettere alla prova i rapporti con Copenaghen: nel governo groenlandese prende infatti sempre più corpo l'idea di negoziare direttamente con Washington, senza la mediazione danese. Mentre dalla Casa Bianca Donald Trump ripete che gli Usa non possono permettere "che Russia o Cina occupino la Groenlandia”.

 

Leggi anche: Groenlandia, i leader dei partiti: "Non vogliamo essere americani”

pubblicità

Perché gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia

L’intenzione di Trump di prendere il controllo dell’isola non è una novità nella storia statunitense: ai tempi di Truman, subito dopo la Seconda guerra mondiale, Washington mise sul piatto l'equivalente degli attuali 1,6 miliardi per acquistarla, ma l'operazione non andò in porto. Sono tre le ragioni che spingono la Casa Bianca a volere la Groenlandia: dal punto di vista militare l’isola è considerata un ponte strategico tra America ed Europa e nel mirino americano ci sarebbe la possibilità di allargare la propria presenza e poter monitorare e intercettare i movimenti delle flotte russa e cinese; inoltre, nel sottosuolo groenlandese ci sono alcuni dei più grandi giacimenti al mondo di terre rare (si stimano oltre 36 milioni di tonnellate), minerali cruciali per microchip, motori elettrici, batterie e sistemi d'arma avanzati. Oltre a riserve di gas, petrolio, rubini e diamanti; infine, lo scioglimento dei ghiacciai per il riscaldamento globale, stimato in quasi 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio all'anno, sta dando prospettive per quello che molti definiscono il 'Nuovo Canale di Suez', aprendo nuove frontiere al commercio globale: le rotte che passano per il Polo Nord accorciano drasticamente i tempi di navigazione tra Europa, Asia e Nord America. Chi controlla la Groenlandia controlla queste future autostrade del mare.

“Questo è il nostro emisfero”

L’interventismo statunitense è stato confermato anche dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che su X ha pubblicato un post estremamente esplicito: “Questo è il nostro emisfero, e il presidente Trump non consentirà alla nostra sicurezza di essere minacciata”, è stato scritto allegando una foto in bianco e nero del tycoon con la scritta "questo è il nostro emisfero". Il riferimento è alla versione di Trump della dottrina di Monroe, la 'Donroe', che afferma la supremazia americana nell'emisfero occidentale. La “dottrina Monroe” era una visione di politica estera inaugurata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, dal 1817 al 1825 alla guida del Paese. All’epoca la dottrina si poneva in contrasto all’espansionismo europeo nelle Americhe, teorizzando il Continente come area di influenza esclusiva di Washington. Adesso Donald Trump ha detto che questo controllo “non sarà mai più messo in discussione”.

pubblicità

“La pax americana è finita”

Che la visione della politica estera degli Stati Uniti sia cambiata radicalmente è ormai diventato evidente. Al punto che del tema si stanno occupando anche gli ufficiali europei. Per l'Europa "adesso è il momento di realizzare" quanto prefissato sulla difesa, "perché, come ha detto di recente il cancelliere Merz, i tempi della pax americana sono finiti”, ha detto il commissario Ue Andrius Kubilius alla conferenza sulla politica di sicurezza di Salen, in Svezia. Dopo "la strategia di sicurezza nazionale di Washington, il Venezuela e le minacce alla Groenlandia, ora è ancora più chiaro che dobbiamo costruire l'indipendenza dell'Europa", ha sottolineato.

Verso un intervento in Iran?

Le mire di Donald Trump, comunque, sembrano estendersi ben oltre i confini delle Americhe. Il presidente Usa, di fronte alle ennesime rivolte popolari contro il regime degli ayatollah in Iran ha detto che gli Stati Uniti "sono pronti ad aiutare" i manifestanti iraniani. "Lottano per la libertà", ha scritto il presidente americano su Truth. Di tutta risposta Teheran ha avvertito Trump che "qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi" nella regione, definendole "obiettivi legittimi”, secondo quanto detto dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf. Ma il rischio di intervento sembra concreto: Donald Trump riceverà un briefing martedì sulle opzioni per rispondere alla repressione delle proteste da parte dell'Iran. Lo riferiscono funzionari Usa all Wall Street Journal. L'incontro tra il presidente americano e alti funzionari dell'amministrazione verterà sui prossimi passi da intraprendere, che potrebbero includere cyber attacchi contro siti militari e civili iraniani, l'imposizione di ulteriori sanzioni al regime di Teheran ma anche attacchi militari, hanno affermato i funzionari. 

 

Vedi anche: Proteste Iran, regime spara sulla folla. Teheran: "Se Usa attaccano risponderemo”. VIDEO

pubblicità