Elezioni Usa 2020, tra ricorsi e accuse di brogli: cosa può succedere ora

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Tra azioni legali e la possibile volontà di Donald Trump di non riconoscere la vittoria di Joe Biden, che sembra avvicinarsi, la situazione del voto americano è complessa. Ecco i possibili scenari

Joe Biden è stato proclamato presidente eletto degli Stati Uniti d'America. Ma Donald Trump non sembra rassegnato a perdere le elezioni Usa 2020. Dopo aver denunciato brogli elettorali (con le tv che sono arrivate ad oscurarlo), quello che ha definito un "incredibile numero di ricorsi" sarebbero già partiti per contestare i risultati, minacciando di portare il caso fino alla Corte Suprema. Cosa succederà se il completamento del conteggio dei voti indicherà Joe Biden come nuovo presidente degli Stati Uniti d'America? Ecco i possibili scenari.

La situazione in Pennsylvania

In Pennsylvania la campagna di Trump ha già presentato numerosi ricorsi, tra cui uno per chiedere il blocco dello spoglio "finché non vi sia una significativa trasparenza" sulla procedura. Un'altra azione legale è stata messa in campo per chiedere maggiore accesso agli osservatori repubblicani nei seggi elettorali (ma quest'ultima è già stata respinta da una corte dello Stato). Sempre in Pennsylvania gli uomini di Trump hanno chiesto alla Corte Suprema di accorciare la finestra di tre giorni in cui è ancora possibile ricevere i voti postali, che si ritiene possano essere a maggioranza democratica.

La situazione in Georgia

In Georgia il riconteggio delle schede è già dato per certo qualora lo scarto dei voti tra i due contendenti sia molto basso. Tuttavia qui è stata respinta la richiesta di fermare lo spoglio, domanda analoga a quella avanzata in Nevada. L'obiettivo di Trump sembrerebbe quello di mettere in discussione la validità del voto, soprattutto quello postale, contro cui si è più volte scagliato già in campagna elettorale.

Cosa avviene dopo lo spoglio

Tra il giorno delle elezioni e il giuramento del nuovo presidente ci sono 79 giorni densi di appuntamenti istituzionali. L'8 dicembre c'è il Safe Harbor Day: entro questa data è possibile far pervenire le schede con il proprio voto. A questo punto gli Stati certificano il risultato e determinano le preferenze dei grandi elettori. Il 14 dicembre questi ultimi devono esprimere il voto che determinerà il nome del nuovo presidente americano. Il rischio è che, facendo ricorso in più Stati, le operazioni di riconteggio - lunghe e complesse - rallentino la marcia e uno o più Stati non certifichino un risultato ufficiale entro l'8 dicembre. Sin dalla contesa Bush-Gore del 2000, esiste inoltre una sentenza della Corte suprema secondo la quale gli Stati possono decidere i grandi elettori, anche senza aspettare necessariamente l'esito ufficiale dell'urna elettorale. Il rischio, insomma, è che l'8 dicembre ci si trovi a uno stallo e che la contesa legale entri in una fase ulteriore.

Il ruolo della Camera dei Rappresentanti

In caso di stallo entra in gioco la Camera dei Rappresentanti, che vota il presidente. Benché sia a maggioranza democratica, la base giuridica di questa procedura d'emergenza è considerata poco chiara, tanto da portare a richiedere un intervento della Corte suprema. La quale, con la nomina di Amy Coney Barrett, dà ai repubblicani una maggioranza di sei voti a tre.

Trump accetterà la vittoria di Biden?

Per tradizione lo sconfitto tiene il "concession speech", un discorso in cui pubblicamente riconosce la vittoria dell'avversario e, di conseguenza, la propria sconfitta. L'obiettivo è quello di contribuire in modo sostanziale a un trasferimento pacifico dei poteri. Tale pratica nasce dalla fiducia nelle norme elettorali da parte di entrambi i candidati. E, anche se non previsto espressamente dalla Costituzione, qualora Trump non pronunci il concession speech la sfida legale potrebbe diventare ancora più accesa, contribuendo a trascinare la contesa fino a gennaio.

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