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Giornata internazionale del Mediterraneo: lo stato di salute del nostro mare

i giornali di giovedì 8 luglio

5' di lettura

Il "Mare nostrum", come lo chiamavano i Romani, è una delle regioni con il maggior numero di specie viventi in tutto il pianeta. Ma deve fare i conti con tre grandi problemi: l’inquinamento, lo sfruttamento ittico e il cambiamento climatico

L’8 luglio ricorre la Giornata internazionale del mar Mediterraneo, un’occasione per valutare lo stato di salute del "Mare nostrum". Considerato uno dei 'biodiversity hotspots' del mondo, ovvero una delle regioni con il maggior numero di specie viventi in tutto il pianeta, il Mediterraneo nelle sue acque ospita circa il 7.5% delle specie marine mondiali, in una superficie pari allo 0.82%. Una ricchezza che è messa seriamente a rischio dallo sfruttamento ittico ma anche dall’inquinamento e dal cambiamento climatico. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) la maggior parte dei rifiuti marini (circa il 95%) è composto da plastica e il mare fra Europa e Africa è una delle sei aree maggiormente invase da "marine litter" nel mondo, con concentrazione in alcune aree superiori a quella delle "isole di rifiuti" dell'Oceano Pacifico.

Plastica nel Mediterraneo

I rifiuti plastici rappresentano uno dei più gravi inquinanti del mare. A livello mondiale si stima che, entro il 2025, negli Oceani sarà presente circa una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesci. Il problema diventa ancor più preoccupante se si considera che il Mediterraneo è un bacino semichiuso con ridotti scambi d'acqua con l'Oceano Atlantico. Nello specifico, in questo mare la percentuale di plastica è pari al 95%, e sono presenti 1,25 milioni di frammenti per chilometro quadrato, una quantità quasi quattro volte superiore a quella registrata nell'isola di plastica del Pacifico settentrionale. Secondo il Wwf, nel "Mare nostrum" finiscono ogni minuto più di 33mila bottigliette di plastica, per un totale annuo di 570mila tonnellate. Una cifra enorme che, entro il 2050 è destinata a quadruplicarsi, se non verranno adottati i provvedimenti necessari. Le aree maggiormente inquinate sono quelle in cui si concentra un flusso turistico consistente e si distribuiscono in maniera piuttosto omogenea in tutti i Paesi che si affacciano sul bacino. La situazione più critica, secondo l’associazione ambientalista, è stata registrata sulla costa della Cilicia, in Turchia, ma anche a ridosso di Tel-Aviv, Valencia, Barcellona, Marsiglia e, in Italia, a Venezia e sulle coste prossime al Delta del Po.

Sfruttamento ittico

Un altro problema che mette seriamente a rischio la biodiversità del Mediterraneo è lo sfruttamento ittico. A causa del costante aumento della domanda, secondo la Fao, questo mare è tra i più sfruttati del mondo, con il 62% degli stock ittici ormai al collasso. La specie più soggetta al sovrasfruttamento ittico è il nasello europeo, seguito dal sugarello. Inoltre, ogni anno, circa 230mila tonnellate di pesce vengono scartate (quasi il 18% del totale). Nelle reti finiscono accidentalmente anche diverse specie a rischio di estinzione come tartarughe marine, squali, razze, uccelli marini e mammiferi marini.

Aumento della temperatura

Un altro fattore di rischio per la sopravvivenza degli stock ittici è rappresentato dai cambiamenti climatici. Secondo uno studio condotto dal Wwf insieme all'università britannica dell'East Anglia e all'australiana James Cook University, un aumento di 2 gradi centigradi della temperatura globale, il massimo consentito dall'accordo di Parigi sul clima, nel Mediterraneo metterebbe a rischio quasi il 30% delle specie analizzate.

Mediterraneo in rapido innalzamento

Altro effetto deleterio del riscaldamento globale, secondo le proiezioni dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, è l’aumento del livello del mar Mediterraneo, che potrebbe comportare la scomparsa di migliaia di chilometri di coste. Nello specifico il "Mare nostrum" sta crescendo a un ritmo molto veloce, tanto che "entro la fine del secolo l'innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri". Se non verranno effettuati interventi di miglioramento e adattamento, secondo l’Agenzia, entro il 2100 in Italia più di 5.600 chilometri quadrati di territorio costiero, di cui oltre 385 chilometri di spiagge, rischiano di essere sommersi.

Progetti di collaborazione

Per far fronte a questi sconvolgimenti, già nel 1976, 16 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno firmato la Convenzione di Barcellona. Nata con l’obiettivo di proteggere il bacino dai rischi dell'inquinamento per preservarne la biodiversità, è stato il primo passo che ha dato il via a una serie di provvedimenti che, seppur ancora non sufficienti, puntano a salvaguardare la ricchezza che il "Mare nostrum" custodisce. Tra queste iniziative, l’istituzione delle Aree Specialmente Protette e la Biodiversità in Mediterraneo (Aspim), che comprendono 32 siti, tra i quali anche l’area marina protetta internazionale del Santuario per i mammiferi marini. Le Aspim in acque territoriali italiane sono 10: Portofino, Miramare, Plemmirio, Tavolara - Punta Coda Cavallo, Capo Caccia - Isola Piana, Punta Campanella, Porto Cesareo, Capo Carbonara, Torre Guaceto e Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre. Un’altra iniziativa particolarmente significativa è il Progetto Medsealitter al quele hanno aderito l’italiano Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), Legambiente ed altri 8 partner europei. L’obiettivo di Medsealitter è "creare una rete tra aree marine protette, organizzazioni scientifiche e organizzazioni non governative per sviluppare, testare e applicare protocolli efficaci, per monitorare e gestire l'impatto dei rifiuti plastici sulla biodiversità".

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