Myanmar, esercito ammette per prima volta il massacro di 10 Rohingya

Due soldati dell'esercito del Myanmar (archivio Getty Images)
3' di lettura

Con un post su Facebook, l'ufficio del capo delle forze armate ha riferito di aver preso preso parte, il 2 settembre, all'incursione contro la minoranza musulmana costretta a fuggire davanti alla violenta campagna di repressione messa in atto dal governo

L'esercito birmano ha ammesso di aver preso parte, lo scorso settembre, all'uccisione di dieci persone appartenenti alla minoranza musulmana rohingya. La notizia, resa nota il 10 gennaio dal capo delle forze armate del Myanmar, è la prima ammissione di responsabilità dell'esercito in una vicenda che da mesi si è trasformata in un'emergenza umanitaria. Circa 650mila rohingya sono stati costretti a fuggire in massa davanti alla violenta campagna di repressione messa in atto negli ultimi sei mesi in Myanmar.

L'ammissione su Facebook

L'ammissione del coinvolgimento dei militari è stata comunicata con un post su Facebook dall'ufficio del capo delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing. Nel post viene riferito che le violenze si sono consumate il 2 settembre nel villaggio di Inn Din, nello stato del Rakhine. "Alcuni abitanti del villaggio e membri della sicurezza – riporta la nota - hanno confessato di aver ucciso 10 terroristi bengalesi". Nel post i militari usano il termine dispregiativo con cui le autorità birmane indicano la minoranza etnica. Con questa prima ammissione, è arrivata anche la prima conferma dell'esistenza di una fosse comune di Rohingya nello stato del Rakhine. Secondo il racconto diffuso dai militari, le dieci vittime sono state fermate dai militari che hanno deciso di "ucciderle al cimitero".

Sono 650mila i rohingya in fuga

La dichiarazione di Hlaing è la prima ammissione da parte dell'esercito birmano di azioni illecite da quando, lo scorso agosto, sono cominciate le "operazioni di sgombero" contro gli appartenenti all'etnia rohingya. Da allora più di 650mila musulmani sono fuggiti nel vicino Bangladesh in quello che le Nazioni Unite hanno definito "un esempio da manuale di pulizia etnica". Un'accusa sempre rigettata da parte delle autorità birmane che, fino ad oggi, hanno negato l'uccisione di rohingya da parte dell'esercito birmano. Il mese scorso l'organizzazione Medici senza frontiere ha invece stimato in almeno 6.700 le vittime rohingya in quattro mesi.

Incriminati due giornalisti

L'ammissione dell'esercito è arrivata nello stesso giorno in cui un tribunale del Myanmar ha accolto le accuse formali mosse a carico di due giornalisti della Reuters arrestati il mese scorso a Yangon. A riferirne è stato il legale dei due cronisti birmani, Wa Lone, 31 anni, e Kyaw Soe Oo, 27 anni, arrestati il 12 dicembre per presunto possesso di documenti riguardanti la repressione militare nello stato di Rakhine. Prima del loro arresto i due reporter stavano investigando proprio sull'esistenza di fosse comuni nello Stato del Rakhine. "Sono stati incriminati in base alla norma sulla segretezza degli atti ufficiali, sezione 13 c", ha precisato il legale Khin Maung Zaw parlando con i giornalisti all'esterno del tribunale. "La pena massima prevista è di 14 anni di reclusione". I legali hanno chiesto il rilascio su cauzione, richiesta sulla quale il giudice si pronuncerà nel corso dell'udienza in programma per il 23 gennaio.

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