Coronavirus Lombardia, studio del Policlinico San Matteo: due ceppi diversi in regione

Lombardia

"Grazie a uno studio che abbiamo condotto con il Niguarda di Milano - ha spiegato Fausto Baldanti, direttore della Virologia del Policlinico - abbiamo scoperto che ci sono stati due diversi ceppi in Lombardia. Quello circolato nella zona di Bergamo è diverso dal Coronavirus che si è diffuso nelle province di Cremona e Lodi"

In Lombardia si sono diffusi due ceppi diversi per il Covid-19 in due tra le aree della regione più colpite dall'emergenza Coronavirus (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI IN DIRETTA - LO SPECIALE - L'EMERGENZA IN LOMBARDIA). Emerge da uno studio compiuto dal Policlinico San Matteo di Pavia insieme al Niguarda di Milano. A diffondere la notizia è stato Fausto Baldanti, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia, in un convegno organizzato dall'associazione culturale "Nova Ticinum", presieduta da Mario Viganò, che si è svolto all'Università di Pavia.

"Ceppo di Bergamo è diverso da quello di Lodi e Cremona"

"Grazie a uno studio che abbiamo condotto con il Niguarda di Milano - ha spiegato Baldanti - abbiamo scoperto che ci sono stati due diversi ceppi del virus in Lombardia. Quello circolato nella zona di Bergamo è diverso dal Coronavirus che si è diffuso nelle province di Cremona e Lodi. Due virus differenti tra di loro, per sequenza genetica e caratteristiche, che hanno provocato due diversi focolai".
"Il Covid-19 - ha aggiunto il virologo pavese - secondo i nostri studi circolava nella zona rossa di Codogno già dalla metà di gennaio: dagli esami effettuati, abbiamo scoperto anticorpi che risalivano a quell'epoca. L'immunità di gregge comunque è ancora lontana dall'essere raggiunta. Sempre dai controlli effettuati è emerso che nella zona rossa di Codogno solo il 23 per cento della popolazione ha incontrato il virus. Da questo dato capiamo quanto sia importante rispettare le regole di prevenzione, dalla mascherina al distanziamento sociale".

"Protocollo seguito a Wuhan da noi non funzionava"

Durante il convegno Raffaele Bruno, primario di Malattie Infettive, ha sottolineato che "il San Matteo ha avuto il merito di reggere l'urto della pandemia, anche nella fase più acuta, grazie allo straordinario impegno di tutto il personale, con una menzione particolare per gli infermieri. Al Policlinico ci siamo resi conto che il protocollo seguito a Wuhan da noi non funzionava: abbiamo seguito altre terapie antivirali, puntando molto sulle terapie antivirali". Cesare Perotti, primario del Servizio di Immunoematologia e Trasfusione, ha poi tracciato un bilancio della plasmaterapia: "Abbiamo raccolto 329 donazioni, con donatori giunti anche dal Trentino. Una manifestazione di grande generosità, che ci consente ora di avere a disposizione un numero di sacche di plasma da utilizzare in caso di un'eventuale seconda ondata in autunno. Il ricorso al plasma iperimmune ha ridotto la mortalità dal 15 al 6 per cento. A riconoscere il nostro lavoro è stata anche la Commissione Europea, che ci ha assegnato l'incarico di scrivere le linee guida per tutta Europa per la terapia con il plasma donato da pazienti convalescenti. Il rammarico è che in Italia solo i colleghi dell'ospedale di Mantova hanno deciso di adottare il nostro protocollo: abbiamo calcolato che se l'identica scelta fosse stata adottata in tutta Italia, probabilmente sarebbe stato possibile salvare oltre 3mila pazienti che purtroppo sono morti".

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