I 'giganti' della Bibbia? citati anche in un papiro egizio. La scoperta a Londra

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Un frammento del XIII secolo a.C., conservato al British Museum, è tornato al centro del dibattito pubblico dopo essere stato citato dall'Associates for Biblical Research come possibile testimonianza dell'esistenza di giganti nella terra di Canaan

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Il Papyrus Anastasi I, redatto dal copista egizio Hori nel XIII secolo a.C. e conservato a Londra dal 1839, descrive una missione militare egizia nel Levante meridionale, facendo riferimento a individui di altezza straordinaria appartenenti al popolo dei Shashu. L'Associates for Biblical Research ha interpretato questi riferimenti come conferma della presenza storica dei giganti biblici, gli Anakim. Gli egittologi, al contrario, sottolineano la natura satirica e iperbolica del testo, mettendo in guardia dal rischio di confondere narrativa letteraria con documentazione storica. Il fenomeno si inserisce in un più ampio pattern digitale, in cui frammenti decontestualizzati alimentano teorie sensazionalistiche sul web.

Il documento e la sua Storia

Il Papyrus Anastasi I, risalente al XIII secolo a.C., è conservato al British Museum di Londra dal 1839 e rappresenta uno dei documenti più studiati dell'egittologia. Tradotto in inglese nel 1911 dallo studioso Alan Henderson Gardiner, il testo descrive una spedizione militare egizia e menziona il popolo dei Shashu, popolazioni seminomadi del Levante meridionale, un'area corrispondente all'odierno territorio tra Israele, Palestina, Libano e Siria sud-occidentale. Il passaggio più discusso riporta che alcuni di questi individui misuravano "quattro o cinque cubiti reali" dal naso al piede, una misura che le stime moderne traducono in circa due metri e mezzo. Su questa base, l'Associates for Biblical Research ha avanzato l'ipotesi che il documento costituisca una prova della presenza storica dei giganti biblici, gli Anakim, tra cui figure come Golia e Og, re di Basan, citati nei libri di Samuele e del Deuteronomio.

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Un Testo Satirico, non una Cronaca Scientifica

La comunità egittologica accoglie con grande cautela queste interpretazioni. Il Papyrus Anastasi I è ampiamente riconosciuto dagli specialisti come un testo letterario a carattere satirico, composto dal copista Hori con l'intento di ridicolizzare un collega inesperto attraverso descrizioni topografiche iperboliche ed esercizi di logistica volutamente esagerati. Come sottolinea l'egittologo americano Peter Brand, il papiro non è un documento di cronaca militare o scientifica: le dimensioni attribuite ai nemici servono a creare tensione narrativa e drammaturgia, non a descrivere una popolazione reale di giganti. Va inoltre considerato che il termine Shashu non identifica un gruppo etnico preciso, ma viene impiegato dagli egizi in modo generico per indicare popolazioni seminomadi del Sud Levante. L'esagerazione delle dimensioni è del tutto coerente con la funzione letteraria del testo e con la consolidata tendenza della cultura egizia antica a enfatizzare la statura e la minacciosità dei nemici nei racconti di guerra.

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Tesi rafforzata da reperti ceramici conservati al Museo di Berlino

Nonostante le riserve della comunità scientifica, il frammento ha trovato nuova e vigorosa vita nei circuiti del web e della divulgazione popolare. Estratti decontestualizzati dal testo originario vengono trasformati, attraverso una semplice conversione di unità di misura diffusa in formato virale, in presunte prove incontrovertibili di una "razza di giganti" nella terra di Canaan. L'Associates for Biblical Research ha ulteriormente rafforzato le proprie tesi citando reperti ceramici conservati al Museo di Berlino — con riferimenti a "Iy Aneq", interpretato come gli Anakim biblici — e bassorilievi relativi alla Battaglia di Kadesh, che mostrerebbero spie Shashu di statura eccezionale. Gli storici, tuttavia, ricordano che la letteratura egizia, dai testi religiosi alle iscrizioni monumentali, ricorre sistematicamente a ingigantimenti simbolici per trasmettere valori di potere, pericolo ed eroismo, senza alcuna pretesa di documentare realtà misurabili. Interpretare alla lettera ogni immagine o descrizione significa rischiare di confondere il mito con la cronaca — un errore metodologico che il fascino del meraviglioso, nell'epoca digitale, rende sempre più facile commettere.

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