Joël Dicker, ispirato dalle nonne italiane: "Vorrei scrivere un libro sull'Italia"

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Ludovica Passeri

Ludovica Passeri

Abbiamo incontrato a Milano l'autore di bestseller come "La verità sul caso Harry Quebert" e "Il caso Alaska Sanders" per la presentazione del suo nuovo romanzo "Un animale selvaggio", edito da La nave di Teseo. Ci ha raccontato del suo rapporto con l'Italia, dei suoi progetti futuri e della sua essenza di "missionario della letteratura"

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Due coppie sposate, l’insoddisfazione che corrode l’animo di ogni personaggio, una rapina. Nel suo ultimo romanzo, “Un animale selvaggio”, edito da La nave di Teseo, Joël Dicker si conferma maestro della suspense senza dover ricorrere ad artifici splatter, e abile tessitore di salti temporali, tra un presente concitato e un passato da cui non si può prescindere. Sullo sfondo c’è la sua città, Ginevra, i luoghi della sua storia. Dimenticatevi quindi i paesaggi trasfigurati e le tinte hopperiane della trilogia americana dei Baltimore, di Alaska Sanders e Harry Quebert, con cui ha raggiunto il successo internazionale. Preparatevi piuttosto a scoprire dei panorami più autentici, più vicini al suo mondo. Tra le righe, un’analisi sottilmente sociologica: “Un animale selvaggio” racconta la dialettica tra ceto medio e upper class, ammiccando ai grandi romanzi ottocenteschi.


Se Dicker ha venduto oltre 20 milioni di copie ed è stato tradotto in 40 Paesi, è perché i suoi libri piacciono tanto ai lettori accaniti, quanto ai timidi frequentatori delle librerie. Riesce nell’impresa di far leggere anche chi non ama leggere. Per il suo utilizzo dei social viene considerato, a buona ragione, il “più contemporaneo” dei bestselleristi internazionali. Non ha paura di essere pop e la sua presenza su Instagram e TikTok va oltre l’autopromozione. Lo abbiamo incontrato a Milano e ci ha parlato della sua “missione”.

Con la trilogia di Marcus Goldman ha avuto un successo straordinario, vendendo milioni di copie. Perché ha deciso di chiudere quel capitolo? Dobbiamo aspettarci un ritorno dello “scrittore che risolve casi”?

Il mio obiettivo era fare una trilogia e la trilogia è fatta: è qualcosa che sono riuscito a completare. Ci saranno altri libri un giorno che accompagneranno e affiancheranno questa trilogia? Può essere che succeda, può essere che non succeda. Non ho ancora la risposta. Per il momento mi lascio guidare dai miei desideri, dal mio istinto, perché ho voglia di fare.

 

Si è lasciato alle spalle gli Stati Uniti e l'America. "Un animale selvaggio" è il secondo romanzo ambientato a Ginevra, la sua città. Ha sentito la necessità di tornare a casa?

Era un mio desiderio prima di tutto. Volevo raccontare Ginevra, la mia città, in cui sono nato e cresciuto, dove vivo ancora. Ho avuto come la sensazione che avessi parlato abbastanza degli Usa, che è un Paese che conosco bene ma rispetto al quale non ho un vero attaccamento. Ho pensato che fosse il tempo di parlare di Ginevra, che fosse necessario, appunto, che ne avessi voglia, svelare ai miei lettori, soprattutto a quelli che non sono svizzeri o che in Svizzera non ci sono mai stati, chi è Ginevra: una città che non fa solo da sfondo ma che è uno dei personaggi.

 

Chi è Ginevra?

Una città urbana, selvaggia, paradossale. È selvaggia perché è in mezzo alla natura, tra parchi, laghi e montagne che la circondano. Si è molto velocemente lontani dalla città. Questo elemento selvaggio dà il titolo al romanzo che parla proprio di istinto animale. Ginevra è contraddittoria, molto urbana e allo stesso tempo in mezzo alla natura; una città che associamo a New York, Londra e Milano e che è allo stesso tempo un centro di piccole dimensioni. È anche paradossale e nel mio libro racconto questi paradossi.

 

Nel suo romanzo i personaggi costruiscono le loro vite sulle bugie, sulle apparenze. Cosa ci racconta della società contemporanea?

Ci racconta che ci sono due tipi di apparenza. Ci sono quelle che creiamo noi, cioè l'immagine di noi stessi che costruiamo, che inventiamo e che offriamo agli altri, ma ci sono anche e soprattutto, e sempre di più, le apparenze rappresentate da quello che proiettiamo sugli altri, apparenze costituite dalle immagini che affibbiamo agli altri e che inventiamo per gli altri e che rivelano in realtà qualcosa di noi che le creiamo.

 

Ogni personaggio si maschera, coltiva un desiderio di evasione o persino di fuga. Possiamo dire che è il filo rosso. Ha mai sperimentato sensazioni simili?

Mai e sempre. Il desiderio di cambiamento, il desiderio di fuga, la voglia di ricominciare appartiene a tutti, è permanente ed è importante, perché richiama il bisogno di mettersi in discussione, è legata al dubbio e credo che il dubbio sia qualcosa di essenziale per progredire nella vita.

 

Lei è nato nel 1985, quindi è tecnicamente un millennial. Le piace la definizione "scrittore millennial"?

Mi sento già vecchio a volte, mi sento già superato da Internet, dai telefoni, da tutto questo, ma credo che la vera domanda che ci definisca sia: "Che lettori siamo stati?". E credo anche che la vera definizione, invece di chiedersi se si rientri o meno nei millennial in relazione all'anno di nascita, sia: "Sei cresciuto con un cellulare o no?". Sono preoccupato per la nuova generazione che ha ricevuto il biberon, che è cresciuta circondata dagli schermi, sempre e dappertutto. Una generazione che non legge o che legge poco. E questo trovo sia molto pericoloso.

 

Lei è molto attivo su Instagram e su TikTok, parla del suo lavoro, del processo che sta dietro al suo lavoro, interagisce con i suoi lettori, follower da tutto il mondo. Perché ha scelto i social? È per combattere la solitudine dello scrittore?

Li utilizzo, perché bisogna far leggere le persone e andare a cercare le persone dove sono davvero. E oggi le persone sono su Instagram e su TikTok e su tutte queste reti in cui vado nella speranza di portarli con me, di farli leggere e tirarli fuori da lì, quindi sono un utente perché sono un lettore convinto e voglio far leggere le persone, più che un utente che è iscritto per il proprio piacere personale.

 

Possiamo definirla quindi un missionario della letteratura?

Dovremmo essere tutti dei missionari della letteratura, far leggere, e sa perché è importante? Perché credo che tutti amino leggere, ma che molti ancora non lo sappiano.



Ha studiato giurisprudenza, ha fatto l'assistente parlamentare, poi si è avvicinato alla recitazione. La letteratura è arrivata dopo. Si nasce o si diventa scrittore?

Nel mio caso, c'è da dire che io ho sempre scritto, da quando sono molto piccolo, da quando ho imparato a scrivere. Ho sempre amato raccontare storie e quindi scriverle. Penso di esserci nato ed è diventato qualcosa che adesso fa parte della mia identità in modo preponderante, ma c'è sempre stato. Ci sono nato.

 

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A proposito di identità e della sua storia personale. Cosa rappresenta per lei l’Italia?

Mia nonna è nata a Trieste e l'altra mia nonna, quella paterna, aveva la madre originaria di Bologna e così ho da entrambi i lati, di mio padre e di mia madre, un attaccamento forte. La nonna nata a Trieste parlava italiano, era madrelingua italiana e io ho nel mio cuore, ogni volta che torno in Italia, una sensazione molto forte di vicinanza a questo Paese, per cui è come se tornassi un po' a casa. C'è un legame molto forte che conservo.

 

Ispirazioni letterarie?

Sicuramente ci sono autori italiani che ho letto, ma penso che più degli autori che ho letto ci siano le emozioni. Mi spiego meglio: quando vengo qui, mi immergo in questa atmosfera, ho questa sensazione di sentirmi molto a mio agio, molto a casa. Un'atmosfera in cui mi sento bene e questa è la più grande fonte di ispirazione per me. Mi succede spesso, quando sono qui, di scrivere molto perché mi sento ispirato. Già ho menzionato l'Italia un po' nei miei libri, anche in quest’ultimo romanzo, ma penso che un giorno potrei fare di più. Non so ancora come o perché, né in quale libro, ma c'è qualcosa di cui sento davvero il richiamo, un desiderio che mi spinge a scrivere dell'Italia, in Italia, sull'Italia. Non so ancora cosa, ma sento che c’è qualcosa che preme.

 

Lei ha venduto milioni di copie. Sente il peso delle aspettative? Si è mai sentito travolto o sopraffatto da tutto questo?

No, perché è un successo positivo, tutti i lettori che vengono e fanno la coda per vedermi e per parlarmi, mi trasmettono ottimismo. Mi dicono solo cose belle, c'è una bella energia. Non ci sono eccessi. Questo mi arriva al cuore e mi spinge a restare fedele a quello che voglio fare e alla persona che sono.

 

Nel 2021 ha aperto una sua casa editrice "Rosie & Wolfe". Come è stato passare dall'essere scrittore a editore? 

La transizione è avvenuta in modo facile, perché ero già molto coinvolto nel processo editoriale del mio primo editore. Il mio editore, Bernard de Fallois, è morto e la sua casa editrice ha chiuso. E mi sono chiesto cosa fare per restargli fedele, per non tradirlo e per non andare altrove. Ho creato questa casa editrice utilizzando tutto il sapere che lui mi aveva trasmesso, quindi è stata una transizione molto naturale e logica che mi permette anche di proporre ai miei lettori dei libri che sono differenti da quelli che scrivo, di portare loro qualcosa di diverso e di accompagnarli verso altri orizzonti letterari.

 

 

Sappiamo quanto sia stato importante Bernard de Fallois per lei: fu il primo a riconoscere il suo talento. Pensa di poter essere un giorno il "Bernard de Fallois" di qualche futura promessa della letteratura?

Bernard è stato un grandissimo editore in Francia che ha portato i tascabili in Francia, davvero una figura fondamentale dell'industria editoriale. Non posso paragonarmi a lui, ma, se, come lui ha fatto per me, un giorno potrò dare indietro qualcosa agli altri, a un giovane autore, come lui ha fatto per me, ne sarei molto felice.

 

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