Muhammad Ali: Kinshasa 1974, il fumetto che racconta il Rumble in the Jungle

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Gabriele Lippi

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Le foto iconiche di Abbas si uniscono ai disegni di Rafael Ortiz. Il tutto orchestrato dalle parole e dalla regia di JD Morvan, in un racconto che parte da un match di boxe per entrare nelle vite dei suoi protagonisti

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Da dove si comincia per raccontare la storia e la vita del più grande di tutti i tempi? Dall’inizio, dalla fine o dal centro? O magari da un incontro, rimasto nella storia e divenuto leggenda, e da una foto fattasi icona. Come quella scattata dal fotoreporter Abbas a Kinshasa, il 30 ottobre 1974, che ritrae Muhammed Ali girato di tre quarti mentre osserva George Foreman al tappeto, un attimo prima che l’arbitro conti dieci e gli restituisca la cintura di campione del mondo dei pesi massimi.

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Panini Comics

The Rumble in the Jungle

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Il Rumble in the Jungle è al centro di Muhammad Ali: Kinshasa 1974 (136 pagine, 34 euro), libro a fumetti che Panini Comics pubblica in occasione di quello che sarebbe stato l’ottantesimo compleanno del campione stroncato dal Parkinson il 3 giugno 2016. Un fumetto che mischia foto e disegni abilmente combinati per raccontare una storia a matrioska, con una cornice all’interno delle quali si inseriscono e rincorrono le biografie dei protagonisti.

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I fatti narrati dalla voce di un fotografo

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L’incontro con Foreman è dunque l’espediente narrativo utilizzato per entrare nella vita e nella psicologia di un campione. Viene raccontato attraverso la voce di Abbas, testimone oculare e bardo visivo del match, capitato a bordo ring per caso, grazie a una serie di fortunate coincidenze (Abbas era a Kinshasa per un altro lavoro e al suo arrivo, in teoria, il match avrebbe dovuto già essere disputato, ma il rinvio per l’infortunio di Foreman gli permise di presenziare all’incontro). La voce di Abbas ci guida attraverso il match, poi nel passato di Ali, quindi con un rapido excursus in quello di Foreman. E ci racconta di se stesso, un gigante della fotografia scomparso nel 2018, due anni dopo il GOAT.

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Sceneggiatura, disegni e colori

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La sceneggiatura scritta da Jean-David Morvan (Madeline, RésistanteSillageZaya) è precisa e puntuale, si destreggia benissimo tra i diversi piani narrativi e le linee temporali, è scorrevole e profonda. I disegni di Rafael Ortiz (Crossed) seguono alla perfezione il ritmo del racconto, convulsi e dinamici nelle parti che raffigurano di versi momenti del match, eleganti e soavi nei lunghi flashback. Interessantissimo l’uso del colore, col bianco e nero utilizzato per raccontare l’evento “presente”, l’incontro a Kinshasa, visto attraverso l’obiettivo di Abbas (che per la gran parte del match ha scattato usando rullini in bianco e nero), e delle tinte tendenti al seppia per gli excursus biografici sui protagonisti.

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L'apoteosi di un eroe

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Il tutto porta, attraverso un climax, alla rivelazione della foto simbolo di un match di boxe fattosi racconto epico, apoteosi dell'eroe, uno di quegli scatti che Abbas aveva gelosamente conservato per 36 anni, tra il 1974 e il 2010, prima di rivelarli al mondo. Una posa che completa alla perfezione il racconto dell’atleta che più di tutti si sia avvicinato all’Olimpo, l’essere umano più simile a un supereroe che ci sia mai stato. Colui che volava come una farfalla e pungeva come un’ape, che colpiva gli avversari con la lingua prima ancora che con le mani. Un mito la cui grandezza non è misurabile senza ricorrere ai canoni dell’epica.

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