Permessi Legge 104 usati per fini personali: la Cassazione conferma il licenziamento

Economia

La Corte Suprema ha confermato il licenziamento per giusta causa di un autista-magazziniere che aveva chiesto i permessi della Legge 104 per assistere la madre disabile, ma le aveva dedicato appena 84 minuti su 480. Con l'ordinanza n. 13155/2026 i giudici ribadiscono che usare quei permessi per esigenze personali è un abuso del diritto

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Chi chiede i permessi della Legge 104 per assistere un familiare disabile e poi li usa in prevalenza per sé stesso rischia il licenziamento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 13155/2026, depositata il 7 maggio, che ha confermato il provvedimento espulsivo nei confronti di un autista-magazziniere piemontese. L'uomo aveva ottenuto due permessi retribuiti per stare accanto alla madre disabile, ma nelle giornate contestate le aveva dedicato appena 84 minuti complessivi su 480, il 17,5% del tempo richiesto. Il resto era andato ad attività personali o al tempo trascorso nella propria abitazione.

Il caso

La vicenda nasce da due permessi fruiti ai sensi dell'articolo 33, comma 3, della Legge 104 del 1992, nei pomeriggi del 7 e 14 luglio 2023. Insospettito, il datore di lavoro ha incaricato un'agenzia investigativa di verificare come il dipendente impiegasse quel tempo. Gli accertamenti hanno rivelato che il lavoratore si era fermato con la madre soltanto 30 minuti il primo giorno e 38 il secondo, occupando le restanti ore in faccende private o restando a casa. Al termine del procedimento disciplinare, il 6 settembre 2023 è scattato il licenziamento per giusta causa.

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I due gradi di merito

Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello di Torino hanno ritenuto legittimo il provvedimento. Secondo i giudici torinesi, la condotta integrava un grave abuso del diritto e una violazione dei doveri di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto: la maggior parte del tempo dei permessi era stata destinata a finalità estranee all'assistenza, e il dipendente non aveva fornito prove convincenti di aver svolto una qualche forma di assistenza "indiretta" a beneficio della madre.

Il ricorso in Cassazione

Davanti alla Suprema Corte il lavoratore ha sostenuto che i giudici di merito avessero applicato criteri puramente aritmetici, senza considerare il contesto complessivo dell'assistenza, la lunga anzianità di servizio e l'assenza di intenti fraudolenti. La Cassazione ha però giudicato il motivo inammissibile: le contestazioni miravano, nella sostanza, a una nuova ricostruzione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Pesa anche la cosiddetta "doppia conforme", cioè la coincidenza tra la decisione di primo grado e quella d'appello sulle stesse ragioni di fatto, che restringe drasticamente i margini di riesame. Non solo: i giudici hanno ritenuto il ricorso comunque manifestamente infondato nel merito e lo hanno rigettato, condannando l'uomo alle spese e al pagamento di ulteriori somme per aver agito in giudizio in modo temerario.

Perché i permessi non sono tempo libero

Al di là del singolo caso, l'ordinanza ribadisce un principio ormai consolidato. I permessi della Legge 104 sono riconosciuti in funzione dell'assistenza al familiare con disabilità e non possono trasformarsi in tempo da dedicare a interessi personali. Quando questo accade, si configura un abuso del diritto che produce un doppio danno: il datore di lavoro viene privato ingiustamente della prestazione lavorativa, mentre l'ente previdenziale eroga un'indennità per una finalità che di fatto non viene rispettata. In queste situazioni la rottura del rapporto di fiducia può essere così grave da giustificare il licenziamento.

 

La Corte precisa però che non è il cronometro a decidere. L'assistenza non richiede una presenza costante accanto alla persona disabile e può realizzarsi anche attraverso incombenze amministrative o pratiche svolte nel suo interesse, senza che sia necessaria un'esatta coincidenza con l'orario di lavoro coperto dal permesso. La legge, del resto, prevede permessi giornalieri e non calcolati sul singolo minuto. Ciò che conta è che il tempo liberato dal lavoro sia effettivamente funzionale ai bisogni del familiare: un nesso che, in questo caso, i giudici non hanno riscontrato.

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Il monitoraggio nel pubblico impiego

Sul fronte del lavoro pubblico va ricordato, infine, che le amministrazioni hanno l'obbligo di comunicare i dati sui permessi ex Legge 104 utilizzati dai dipendenti, attraverso il portale PerlaPA. Le informazioni confluiscono in una banca dati nazionale gestita dal Dipartimento della Funzione Pubblica, pensata anche per prevenire e contrastare gli abusi e garantire che il beneficio resti destinato al sostegno delle persone con disabilità.

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