Parità di genere, dalla sanità al lavoro: dove sono più ampi i divari tra uomini e donne
EconomiaIntroduzione
Cinque miliardi di euro stanziati per contrastare le differenze tra uomini e donne. A tanto ammontano le risorse presenti nel Bilancio di genere 2024, elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato e illustrato lo scorso 27 maggio dalla sottosegretaria Lucia Albano alla Commissione Bilancio della Camera. All’interno del documento sono presenti numerosi aspetti della vita sociale ed economica come occupazione, redditi, istruzione, salute, pensioni e carichi di cura. Dall'analisi emerge una realtà nella quale gli squilibri continuano a incidere soprattutto sul percorso femminile.
Quello che devi sapere
Le risorse e come sono destinate
Nel 2024 le somme destinate in modo esplicito alla riduzione delle disuguaglianze di genere hanno raggiunto 5,02 miliardi di euro, equivalenti allo 0,47% degli impegni complessivi al netto delle spese per il personale. Rispetto ai 4,31 miliardi registrati nel 2023 si osserva quindi una crescita, destinata a proseguire nei prossimi anni. Le previsioni indicano infatti uno stanziamento di 5,39 miliardi nel 2025 e di 6,41 miliardi nel 2026. L'incremento più consistente è legato soprattutto all'introduzione del bonus mamme previsto per il 2026. Tuttavia, le misure specificamente orientate alla parità continuano a rappresentare una quota limitata della spesa pubblica complessiva. La maggior parte delle risorse resta concentrata in capitoli considerati neutri rispetto al genere, pari a 784,7 miliardi di euro, mentre 175,9 miliardi riguardano interventi sensibili alle differenze tra uomini e donne e 98,3 miliardi attendono ancora una valutazione del loro impatto.
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Occupazione
Il mercato del lavoro continua a essere uno degli ambiti nei quali il divario appare più evidente. Nel 2024 il tasso di occupazione femminile raggiunge il 53,3%, superando i livelli precedenti alla pandemia, mentre per il 2025 è previsto un ulteriore incremento al 53,8%. Nonostante il miglioramento, l'Italia rimane distante dalla media europea, che si colloca al 66,2% nel 2024 e al 66,6% l'anno successivo. La differenza tra l'occupazione maschile e quella femminile nel nostro Paese resta pari a 17,8 punti percentuali.
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Fattore maternità
Uno degli elementi che maggiormente influenzano la partecipazione delle donne al lavoro è la presenza dei figli. Tra le donne di età compresa tra 25 e 49 anni con almeno un bambino in età prescolare, il tasso di occupazione risulta significativamente inferiore rispetto a quello delle coetanee senza figli. Pur registrando un lieve miglioramento, il dato continua a evidenziare una penalizzazione legata alla maternità. Sul fronte della conciliazione tra lavoro e famiglia, l'aumento dell'indennità riconosciuta durante alcuni mesi di congedo parentale, passata dal 30% all'80% della retribuzione, ha favorito un utilizzo più frequente dello strumento.
Peso del part-time
Un altro elemento critico riguarda il lavoro a tempo parziale. Sebbene la diffusione del part-time sia diminuita nel corso del 2024, quasi una lavoratrice su due che opera con questa formula non lo fa per scelta personale. Si tratta di una condizione che incide direttamente sulle retribuzioni, limita le opportunità di crescita professionale e produce conseguenze anche sulle future prestazioni pensionistiche.
I dati dell’imprenditoria femminile
Storia diversa per quanto riguarda i dati del mondo dell'impresa, che appaiono nel complesso stabili. Le aziende guidate da donne rappresentano il 22,2% del totale e sono concentrate soprattutto nel settore dei servizi. Anche il ricorso al Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese registra soltanto un lieve incremento, mentre imprenditrici e libere professioniste hanno ottenuto finanziamenti per circa 2,39 miliardi di euro.
Redditi ancora distanti
Le dichiarazioni fiscali confermano l'esistenza di un significativo squilibrio economico. Sebbene le donne costituiscano il 47,7% dei contribuenti Irpef, la quota di reddito complessivamente dichiarata si ferma al 38,5%. La distribuzione dei redditi evidenzia ulteriormente la disparità. Il 44,7% delle contribuenti dichiara meno di 15 mila euro annui, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 28%. Nelle fasce più elevate la situazione si ribalta: oltre i 50 mila euro di reddito si colloca soltanto il 4,3% delle donne contro il 10% degli uomini. Negli ultimi vent'anni il differenziale medio si è ridotto, passando dal 36% del 2004 al 31% del 2023, ma il reddito medio femminile continua a risultare inferiore di quasi un terzo rispetto a quello maschile.
L'analisi della salute
L'analisi della salute presenta un quadro articolato. Le donne continuano ad avere una maggiore aspettativa di vita rispetto agli uomini, con un vantaggio medio pari a 4,1 anni. Questo primato, però, non coincide con un migliore stato di salute. Nel 2024 l'aspettativa di vita in buona salute è scesa a 58,1 anni, in calo rispetto all'anno precedente. Inoltre, permane una differenza di 3,2 anni a favore degli uomini: 59,8 anni contro 56,6. In sostanza, le donne vivono più a lungo, ma trascorrono una porzione maggiore della loro esistenza convivendo con problemi di salute o limitazioni fisiche.
Violenza di genere ancora diffusa
Tra gli aspetti più preoccupanti evidenziati dal rapporto figura la violenza contro le donne. Nel 2024 gli accessi ai pronto soccorso con diagnosi riconducibili a episodi di violenza sono saliti a 19.518 casi, rispetto ai 16.947 registrati l'anno precedente. Parallelamente, mentre gli omicidi con vittime maschili mostrano una tendenza alla diminuzione, quelli che coinvolgono donne restano sostanzialmente stabili.
Pensioni più basse
Gli squilibri accumulati durante la vita lavorativa si riflettono inevitabilmente anche al momento del pensionamento. In Italia le donne percepiscono assegni mediamente inferiori del 28,6% rispetto a quelli degli uomini, una distanza superiore alla media europea, che si attesta al 24,5%. Le cause sono molteplici: carriere meno lineari, stipendi mediamente più bassi, frequente ricorso al part-time involontario e periodi di inattività dovuti all'assistenza di figli o familiari anziani. Sebbene le pensionate rappresentino il 51,5% dei beneficiari, ricevono soltanto il 42,7% dell'importo complessivamente erogato. La situazione è ancora più evidente nel lavoro autonomo, dove la presenza femminile tra i contribuenti si ferma al 28,5%. Il risultato finale è un circolo che tende ad autoalimentarsi: minori opportunità e redditi più bassi durante la carriera si traducono, anni dopo, in pensioni sensibilmente meno elevate.
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