Lavoro, nel 2025 un Ad ha guadagnato quanto un dipendente in 490 anni: i dati Oxfam
EconomiaIntroduzione
Un amministratore delegato di una grande società ha guadagnato nel 2025 quanto un lavoratore medio in 490 anni: in media, 8,4 milioni di dollari tra stipendio e bonus. Lo rivela il rapporto pubblicato da Oxfam e dall'International trade union confederation, che ha preso in esame gli emolumenti percepiti dagli Ad di 1.500 aziende in 33 Paesi. Ecco cosa sapere.
Quello che devi sapere
Le differenze negli stipendi
Dal 2019 al 2025, lo stipendio medio dei top manager è cresciuto del 54% in termini reali, mentre quello globale si è contratto del 12%. In sostanza, è come se in quei sei anni un lavoratore medio avesse lavorato gratuitamente per 108 giornate a tempo pieno. Nel solo 2025, gli stipendi degli Ad delle grandi società sono cresciuti 20 volte più velocemente dei salari dei lavoratori. Sempre nell'ultimo anno, quattro società (tra cui Blackstone, Broadcom e Goldman Sachs) hanno dichiarato di aver corrisposto ai top manager più di 100 milioni di dollari. I dieci più pagati al mondo hanno ricevuto compensi superiori a 1 miliardo di dollari.
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Le disuguaglianze
Le disuguaglianze sono anche di genere: solo il 6% degli Ad è donna e il gender pay gap medio è pari al 16%. Rispetto ai colleghi uomini, una lavoratrice lavorerebbe "gratuitamente" dal 4 novembre fino alla fine dell'anno.
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79 miliardi di dollari in dividendi per quasi mille miliardari
Quasi mille miliardari, si legge nel rapporto, nell'ultimo anno hanno guadagnato 79 miliardi di dollari in dividendi, 2.500 dollari al secondo. In meno di due ore, un miliardario ha ricevuto più di quanto un lavoratore medio guadagna in un anno. I dividendi globali distribuiti nel 2025 sono stati 2.100 miliardi di dollari, un record. Circa la metà di questa cifra è finita nelle tasche dell'1% globale - titolare del 43% di tutti i titoli azionari - mentre l'85% dei cittadini del pianeta non ha percepito alcun reddito da capitale.
I dati sull’Italia
La disuguaglianza retributiva interessa anche l'Italia, che in parallelo vede crescere l'incidenza del lavoro povero. Alla fine del 2025, il Belpaese era tra i pochi Paesi dell'area Ocse in cui i salari reali risultavano ancora inferiori al 2021 (-7,8%). Negli ultimi tre decenni, in Germania e Francia i salari medi sono cresciuti di circa il 30%, mentre in Italia il calo oscilla tra il 2% e il 3%.
Il corso degli stipendi negli anni
Gli stipendi diminuiscono, ma quelli bassi aumentano. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%. Nello stesso periodo, la quota di dipendenti privati con una paga oraria inferiore a 9 euro è salita dal 39,2% al 46,4%. E non si tratta di una transizione verso paghe migliori: dal 2009 al 2018, la quota di chi ha ricevuto una bassa retribuzione, per almeno 7 anni su 10, ammontava al 42% (rispetto al 36,1% nel decennio 1990-1999 e al 39% tra il 2000 e il 2009).
Maslennikov: “Bene passo indietro del governo su eque retribuzioni"
"L'unica nota positiva di questo periodo — ha commentato Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia — è il passo indietro del Governo sull'attuazione della legge delega sulle eque retribuzioni, che dopo aver sciaguratamente affossato il salario minimo, rischiava di aprire la strada alla contrattazione pirata e al ritorno delle gabbie salariali".
Tra inflazione e redditi offerti negli annunci di lavoro
Nel mercato del lavoro italiano, l’ondata inflattiva seguita alla pandemia ha inciso pesantemente sui redditi offerti nei nuovi annunci: tra inizio 2021 e gennaio 2026 il potere d’acquisto è sceso di oltre l’11%, secondo l’analisi dell’Indeed Hiring Lab. Per valutare il recupero reale delle retribuzioni, è stato costruito un indice riportato a 100 nel 2021: l’Italia si ferma a 89,9, distinguendosi in negativo rispetto a Paesi come Germania, Francia o Spagna, molto più vicini ai livelli pre-crisi, e ancor di più rispetto agli Stati Uniti, già oltre quota 100. Alla base di questo divario c’è una crescita salariale troppo debole rispetto all’aumento dei prezzi, tanto che nell’ultimo anno gli stipendi pubblicati sono saliti appena dello 0,3%, contro un’inflazione più elevata, ampliando ulteriormente la distanza.
Le ragioni
Il ritardo italiano non dipende però da una scarsa richiesta di lavoratori, visto che le offerte restano superiori ai livelli precedenti alla pandemia, ma da fattori strutturali come i ritardi nei rinnovi contrattuali e un sistema che raramente adegua automaticamente i salari al costo della vita. Anche le prospettive restano caute: la Banca d’Italia ritiene improbabile un recupero significativo nel breve periodo, mentre il caro energia, le tensioni geopolitiche e l’incertezza economica continuano a comprimere i consumi e irrigidire il credito. In questo contesto fragile, cresce inoltre il timore di una fase di stagflazione a livello europeo, caratterizzata da crescita debole accompagnata da prezzi elevati.
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