Armi nucleari, nel 2025 spesi 119 miliardi: i Paesi che hanno investito di più
EconomiaIntroduzione
Nel 2025 le nove potenze dotate di armi nucleari hanno destinato complessivamente quasi 119 miliardi di dollari ai propri arsenali, una cifra senza precedenti e in aumento del 19% rispetto all'anno precedente. A rilevarlo è l'International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), che denuncia l'avvio di una nuova corsa agli armamenti atomici alimentata dalle crescenti tensioni internazionali. Ecco cosa sapere.
Quello che devi sapere
I Paesi più interessati
Rispetto al 2024, gli investimenti sono aumentati di circa 17 miliardi di dollari, confermando una tendenza che coinvolge Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord.
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Più testate operative, più rischi
L'incremento delle spese si inserisce in un contesto geopolitico sempre più instabile. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), all'inizio del 2026 il numero complessivo di testate nucleari nel mondo era pari a 12.187, in lieve calo rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, le armi immediatamente disponibili per un eventuale utilizzo sono aumentate fino a 9.745 unità. Molti Paesi stanno infatti trasferendo un numero crescente di ordigni dai depositi ai sistemi di lancio, accrescendo il livello di allerta e il rischio di incidenti o errori di valutazione. Una minaccia che, secondo gli esperti, potrebbe essere ulteriormente aggravata dall'impiego dell'intelligenza artificiale nei sistemi di comando e controllo.
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Gli Stati Uniti dominano la classifica
Washington si conferma il principale investitore mondiale nel settore nucleare. Nel solo 2025 gli Stati Uniti hanno speso 69,2 miliardi di dollari, una cifra superiore a quella sostenuta complessivamente dagli altri otto Paesi dotati di armi atomiche e pari a circa il 58% della spesa globale. Alle loro spalle si collocano la Cina con 13,5 miliardi di dollari, il Regno Unito con 12,6 miliardi e la Russia con 9,5 miliardi. Mosca e Washington continuano inoltre a detenere insieme circa l'83% delle scorte nucleari mondiali, con oltre 5 mila testate ciascuna, mentre Pechino è il Paese che sta ampliando più rapidamente il proprio arsenale, stimato in circa 620 ordigni.
Programmi destinati a durare decenni
La crescita degli investimenti non sembra destinata a rallentare. Negli ultimi cinque anni le potenze nucleari hanno speso oltre 470 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali, vincolando le finanze pubbliche per molti decenni. Negli Stati Uniti, ad esempio, i nuovi missili balistici intercontinentali Sentinel dovrebbero restare operativi ben oltre il 2100, mentre il costo previsto per il programma nucleare statunitense tra il 2025 e il 2034 sfiora i mille miliardi di dollari. Secondo il Sipri, il rallentamento delle attività di smantellamento e il contemporaneo dispiegamento di nuovi sistemi potrebbero persino riportare a una crescita del numero complessivo di testate nei prossimi anni.
Il costo umano delle armi atomiche
I ricercatori evidenziano il forte contrasto tra queste spese militari e le necessità più urgenti del pianeta. La somma investita nel 2025 per gli arsenali nucleari sarebbe infatti sufficiente, secondo le stime delle Nazioni Unite, a finanziare gli interventi necessari per eliminare la fame nel mondo entro il 2030 e a sostenere una parte significativa dei Paesi in via di sviluppo nella lotta agli effetti del cambiamento climatico. Un dato particolarmente significativo riguarda la spesa quotidiana: una sola giornata di investimenti globali nelle armi nucleari sarebbe stata sufficiente a garantire la sicurezza alimentare a oltre due milioni di persone.
Applicazioni diverse
Sebbene Francia, Regno Unito e Stati Uniti siano le uniche potenze nucleari dell'Alleanza Atlantica, il modo in cui concepiscono l'impiego dei rispettivi arsenali non è affatto uniforme. Londra e Washington considerano infatti le proprie capacità atomiche come uno strumento inserito nel quadro della difesa collettiva della NATO. Nel caso britannico, inoltre, il mantenimento dell'arsenale resta strettamente legato al supporto tecnologico e alle infrastrutture statunitensi. La posizione francese è invece più autonoma. Parigi dispone di competenze industriali e tecnologie nazionali che le consentono di gestire in maniera indipendente sia la manutenzione sia l'operatività delle proprie testate. Per questo motivo, la forza di dissuasione nucleare francese è stata tradizionalmente concepita per tutelare esclusivamente gli interessi strategici della Francia.
Le recenti novità
Negli ultimi mesi, tuttavia, sono emersi segnali di alcune possibili evoluzioni. Un primo indizio è arrivato dalla dichiarazione congiunta firmata da Francia e Regno Unito lo scorso luglio, nella quale i due Paesi hanno evocato una "nuova gestione del nucleare". A questo si sono aggiunte le recenti affermazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha confermato l'avvio di colloqui con il presidente francese Emmanuel Macron sull'ipotesi di costruire una forma di deterrenza nucleare a livello europeo. Per Berlino, tuttavia, l'opzione di sviluppare un proprio arsenale atomico rimane preclusa. A impedirlo è l'accordo sottoscritto nel 1990 con Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Regno Unito, nel quale le due Germanie, appena riunificate, si impegnarono formalmente a rinunciare in modo definitivo alla produzione e al possesso di armi nucleari.
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