Pos collegati ai registratori di cassa, al via i controlli del Fisco: cosa sapere
EconomiaIntroduzione
A partire da ieri, 5 marzo 2026, sono scattati i controlli dell’Agenzia delle Entrate per gli esercenti obbligati a collegare i registratori di cassa e i sistemi di pagamento elettronico (POS). In caso di eventuali anomalie, il Fisco ha predisposto l’invio di specifiche comunicazioni di compliance rivolte ai contribuenti: si tratta di lettere con cui si invitano commercianti e professionisti a chiarire le ragioni delle eventuali discrepanze riscontrate nei flussi informativi trasmessi. Ecco cosa sapere
Quello che devi sapere
Chi può finire sotto verifica
Le verifiche riguardano soprattutto le attività in cui si registra una forte differenza tra gli importi incassati tramite strumenti elettronici e i corrispettivi comunicati telematicamente all’Agenzia delle Entrate. Oggi l’amministrazione finanziaria è in grado di incrociare in modo automatico i dati dei pagamenti effettuati con carte o bancomat con quelli registrati alla chiusura della cassa. Questo sistema di controllo è possibile grazie al monitoraggio attivo dal 2022, che consente al Fisco di ricevere dagli istituti bancari le informazioni relative a tutte le transazioni digitali effettuate presso gli esercizi commerciali. Quando le somme risultano incoerenti tra loro, il sistema segnala l’anomalia e può scattare la richiesta di chiarimenti. Una situazione tipica si verifica quando un pagamento elettronico viene incassato ma non è accompagnato dall’emissione dello scontrino elettronico.
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Come verificare i dati
Per prevenire eventuali contestazioni e controllare la correttezza delle informazioni, esercenti e professionisti possono accedere direttamente al sito dell’Agenzia delle Entrate. All’interno dell’area “Fatture e corrispettivi” è disponibile una sezione che riporta l’elenco dei terminali POS utilizzati e il totale delle operazioni registrate. Le informazioni provengono dai flussi che, dal 2022, banche e società che gestiscono i terminali di pagamento inviano periodicamente all’amministrazione finanziaria. Spetta quindi all’operatore verificare che tali dati siano corretti e che ogni dispositivo sia associato al registratore telematico utilizzato per la trasmissione dei corrispettivi.
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Il rischio della lettera di compliance
Effettuando il controllo e il censimento dei dispositivi, eventuali piccole incongruenze tra gli incassi registrati dal POS e quelli riportati negli scontrini possono essere spiegate o sistemate con facilità. Al contrario, se non si interviene per verificare la propria posizione, il sistema informatico può classificare l’attività come irregolare, facendo scattare la lettera di compliance.
La regolarizzazione spontanea
Ma come si può regolarizzare la propria posizione? Le comunicazioni inviate dall’amministrazione non comportano automaticamente una sanzione. Come spiegato dai vertici dell’Agenzia delle Entrate, il loro scopo principale è quello di segnalare eventuali criticità e avviare un dialogo con il contribuente. Ricevuta la lettera, l’esercente può regolarizzare la propria posizione attraverso due strade: fornire una spiegazione dell’anomalia oppure ricorrere al ravvedimento operoso. Si tratta quindi di una fase preliminare che consente di sistemare eventuali irregolarità prima dell’avvio di controlli più approfonditi.
Quando è possibile giustificare le differenze
In caso di errore tecnico, come ad esempio un malfunzionamento del registratore telematico mentre il POS continuava a funzionare, l’operatore può dimostrare il guasto e spiegare l’accaduto. Presentando la documentazione che prova il problema tecnico, la pratica può essere chiusa senza ulteriori conseguenze. Diverso il caso in cui l’esercente si accorga che alcune operazioni non sono state documentate correttamente. In questa situazione è possibile mettersi in regola autonomamente versando quanto dovuto. Grazie al ravvedimento operoso le sanzioni risultano notevolmente ridotte rispetto a quelle previste in caso di accertamento formale.
Le multe previste dalla normativa
La normativa stabilisce diverse sanzioni a seconda del tipo di violazione riscontrata. Se il registratore telematico non è tecnicamente collegato al terminale di pagamento, la multa può oscillare tra mille e 4 mila euro. Quando invece una transazione elettronica non viene memorizzata o trasmessa correttamente, è prevista una sanzione di 100 euro per ogni operazione, con un limite massimo di mille euro per trimestre, purché la violazione non comprometta la corretta liquidazione dell’imposta. Nel caso più grave, cioè quando la discrepanza tra gli incassi registrati dal POS e gli scontrini nasconde un’omissione fiscale, la multa corrisponde al 70% dell’IVA non versata (in passato era il 90%), con una soglia minima di 300 euro per ogni singola operazione.
Il rischio di sospensione dell’attività
Oltre alle multe economiche, la legge prevede anche provvedimenti accessori nei casi più seri. Se nell’arco di cinque anni vengono accertate quattro violazioni distinte in giornate diverse, può scattare la sospensione della licenza o dell’autorizzazione a esercitare l’attività. Il periodo di stop può variare da 15 giorni fino a due mesi. Se però l’ammontare complessivo dei corrispettivi non documentati supera i 50 mila euro, la sospensione può arrivare fino a sei mesi, con conseguenze pesanti per la continuità dell’attività commerciale.
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