Guerra in Iran e crisi del petrolio, ecco da dove arriva il greggio che importa l’Italia
EconomiaIntroduzione
Lo scoppio della guerra in Iran (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI LIVE), l’espansione del conflitto e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno messo sotto fortissima pressione il traffico globale di petrolio e gas: dallo stretto tratto di mare che separa Teheran dagli Emirati e dall’Oman ogni giorno passava - prima delle operazioni belliche - circa il 20% del petrolio movimentato via mare in tutto il mondo.
Mentre il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha annunciato di avere il "controllo totale" dello Stretto, e Donald Trump ha affermato che "se sarà necessario gli Stati Uniti scorteranno tutte le petroliere attraverso Hormuz”, nei primi giorni del conflitto si è immediatamente registrata un’impennata dei prezzi del petrolio. Un fatto che può avere un impatto anche sull’Italia.
Quello che devi sapere
Da dove l’Italia importa petrolio
Ma da dove arriva il petrolio che l’Italia importa dall’estero? Secondo quanto ricostruito da LaPresse sulla base dei dati più recenti dell’Unione energie per la mobilità (Unem), la quota maggiore proviene dai Paesi africani. Da lì infatti arriva il 41,7% di tutto il greggio: i Paesi da cui importiamo maggiormente sono la Libia - da cui proviene il 24,2% del petrolio, quasi un quarto del totale - la Nigeria (5,5%), il Niger (3%) e l'Algeria (2,9%).
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Dall’Asia agli Stati Uniti
Se un po’ meno della metà del petrolio importato dall’Italia arriva dall’Africa, a giocare un ruolo importante sono anche i Paesi asiatici: dall’Azerbaijan proviene infatti il 16,8% del greggio, mentre dal Kazakhistan il 13,1%. Per quanto riguarda invece il continente americano, Roma importa petrolio anche dagli Stati Uniti (il 9% del totale) e dal Brasile (il 2,4%).
Il peso del Medio Oriente
Per quanto riguarda invece il Medio Oriente, dalle zone attualmente coinvolte dal conflitto proviene il 12,2% dell’importazione di petrolio greggio complessiva dell’Italia. I due più importanti partner in questo campo sono l’Iraq (che fornisce il 6,1% del totale) e l’Arabia Saudita (il 5,8%). Piccole quote provengono poi dal Kuwait (0,2%) e dalla Siria (0,1%). In ogni caso, l’anno scorso il Medio Oriente ha fornito all’Italia più petrolio dell’Europa: dal Vecchio Continente infatti viene importato solo il 2,7% del greggio, con la Norvegia (1,7%) e il Regno Unito (0,9%) come principali partner.
Le variazioni nelle importazioni
In ogni caso, il peso del Medio Oriente nelle importazioni dell’Italia di petrolio risulta essere in calo: rispetto al 2024 infatti Roma ha acquistato il 27,1% di greggio in meno dall’area. Le diminuzioni più significative si sono registrate con il Kuwait (-69,5%), con l’Iraq (-35,4%) e con l’Arabia Saudita (-12,8%). Si è registrato invece un incremento pari all’11,9% dall’Africa e il 13,2% in più dall’America. Il Brasile spicca con +122,1%, mentre è in calo anche quello proveniente dall’Europa, pari a meno 23,7%.
La situazione dello stretto di Hormuz
Intanto, la guerra in Iran non sembra essere vicina a terminare e la pressione sui mercati internazionali continua a essere altissima. L’espansione del conflitto all’intera area ha causato finora uno shock, con il blocco de facto dello stretto di Hormuz: "C’è un numero significativo di navi ferme su entrambi i lati, ma nessuno sembra essere disposto ad attraversarlo", ha detto lo chief investment officer di Pickering Energy Partners, Dan Pickering, al New York Times. Secondo il quotidiano americano, se il conflitto dovesse prolungarsi "potrebbe colpire ampiamente tutta l’economia globale, minacciando le forniture energetiche di Paesi di metà del mondo e alimentando l’inflazione".
Il prezzo del petrolio a 100 dollari al barile?
Il timore degli analisti è che il costo del petrolio possa tornare a toccare vette che si sono viste l’ultima volta con lo scoppio della guerra in Ucraina. "Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un'interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz", aveva detto nei giorni scorsi Ajay Parmar, direttore del settore energia e raffinazione dell'Icis. Una stima condivisa anche dagli esperti di Barclays e delle altre grandi banche. A poco potrebbe dunque valere l'aumento della produzione di oltre 200mila barili al giorno deciso per il mese di aprile dagli otto Paesi membri dell'Opec+. Un tale aumento del prezzo del petrolio avrebbe, inevitabilmente, ripercussioni anche sull’Italia.
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