Iran, quale sarà l’impatto sui mercati? Dal petrolio allo Stretto di Hormuz, cosa sapere
EconomiaIntroduzione
Gli attacchi portati avanti nel corso del weekend da parte di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran (GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI) potrebbero avere conseguenze importanti dal punto di vista economico nella giornata di oggi: con la riapertura dei mercati, infatti, il prezzo del petrolio potrebbe subire forti scossoni. In particolare, a incidere potrebbe essere soprattutto la chiusura dello stretto di Hormuz, crocevia strategico del commercio mondiale: ecco perché e cosa pensano gli esperti
Quello che devi sapere
Il peso del petrolio iraniano
Il greggio proveniente dall’Iran, spiegano diversi esperti, non è indispensabile e la sua eventuale assenza non dovrebbe provocare scossoni rilevanti sui prezzi. Le esportazioni di Teheran, infatti, si attestavano intorno a 1,6 milioni di barili al giorno: per far fronte a questa situazione di crisi l’alleanza OPEC+, che comprende Paesi come Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati, Kuwait e altri, ha già stabilito di aumentare la produzione di aprile di circa 206 mila barili al giorno. Tuttavia, l’impatto reale della decisione potrebbe risultare modesto: si tratta infatti di un incremento limitato rispetto a un output complessivo superiore ai 42 milioni di barili quotidiani.
Il problema vero, invece, è un altro e cioè la crescente complessità nel far arrivare il greggio a destinazione: tra sanzioni contro Mosca, finora poco efficaci, e tensioni militari in Iran e in altre aree sensibili, la logistica energetica diventa ogni giorno più fragile.
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Lo stretto di Hormuz
A incidere, in particolare, è il passaggio delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo strettissimo, una sorta di imbuto lungo circa 39 chilometri e largo tra i 50 e i 33, con rotte di navigazione di appena 3 chilometri, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio trasportato via mare nel mondo e più del 30% del gas naturale liquefatto. Più dell’80% di questi flussi è diretto verso l’Asia e proviene dall’intera regione del Golfo; basti pensare che la sola Arabia Saudita vi convoglia circa 5,5 milioni di barili al giorno. Un’eventuale chiusura trasformerebbe quel passaggio obbligato in un vicolo senza uscita, facendo sparire dal mercato volumi enormi. Una parte di questo tratto marittimo ricade nelle acque territoriali iraniane, mentre l’altra appartiene al Qatar, e la possibilità di bloccarne l’accesso, ad esempio con mine o altri sistemi, è da tempo un elemento ricorrente nella retorica di Teheran. Al momento il canale non è minato, ma i Guardiani della Rivoluzione lo hanno già chiuso al traffico.
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Le precedenti minacce
Dal 1979 a oggi, in circa 20 occasioni Teheran ha minacciato di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra contro l'Iraq (1980-88). I momenti di tensione si sono registrati con maggior frequenza a partire dalla crisi economica del 2008, con un picco registratosi tra il 2018 e il 2022. In quel periodo l'Iran non ha esitato a prendere di mira, direttamente e tramite i suoi alleati in Iraq e Yemen, interessi petroliferi occidentali negli Emirati e a largo delle coste di Abu Dhabi.
Le contromisure di Riad e Abu Dhabi
Proprio sulla scorta di queste continue minacce, da anni Riad e Abu Dhabi hanno in parte dirottato il traffico di greggio via terra passando per gli oleodotti che, nel caso saudita, tagliano il regno dal Golfo a est fino al Mar Rosso a ovest e, nel caso emiratino, aggirano Hormuz passando alle sue spalle verso l'Oceano Indiano. La capacità di transito alternativa rimane però limitata: circa 2,6 milioni di barili al giorno, secondo l'Eia.
Cosa potrebbe succedere
Quando la quantità di petrolio in circolazione diminuisce, i prezzi tendono a impennarsi: l’esperienza storica suggerisce aumenti intorno al 4% per ogni riduzione dell’1% della disponibilità globale. Già il venerdì precedente, prima delle operazioni militari statunitensi e israeliane, il Brent oscillava poco sotto i 73 dollari al barile, in netta crescita rispetto ai circa 60 dollari di fine dicembre, segno che bastano tensioni e timori di escalation per spingere le quotazioni verso l’alto.
Negli scambi over the counter, al di fuori del mercato regolamentato che riaprirà normalmente oggi, il prezzo del Brent è già volato, registrando domenica un'impennata del 10% e salendo a 80 dollari al barile, mentre gli analisti già pronosticano un avvicinamento ai 100 dollari. "Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un'interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz", afferma Ajay Parmar, direttore del settore energia e raffinazione dell'Icis. Una stima condivisa, spiega Reuters, anche dagli analisti di Barclays.
Trump: "Non sono preoccupato"
In un'intervista a Fox, rispondendo a chi gli chiedeva se fosse preoccupato per l'impatto dell'attacco sul prezzo del petrolio e lo stretto di Hormuz, il presidente Usa Donald Trump ha detto: "Non sono preoccupato per nulla. Faccio solo ciò che è giusto. Alla fine, funziona". Più tardi, in un'intervista a The Atlantic, Trump ha dichiarato che l'effetto dell'attacco all'Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte per le tasche degli americani rispetto a quanto pensano gli analisti. Ha aggiunto che potrebbe esserci un aumento forte "se le cose vanno male. Vedremo cosa succede. Hanno ucciso per 47 anni e ora la situazione si è ribaltata".
Le conseguenze per Ue ed Italia
Per l'Unione europea l’impatto appare inizialmente meno diretto, dato che oggi importa dal Golfo una quota di greggio inferiore rispetto al passato, avendo diversificato verso Stati Uniti, Norvegia e Africa. Tuttavia, l’Europa resta tra i maggiori acquirenti mondiali di gas naturale liquefatto, e subito dopo Washington uno dei fornitori chiave è il Qatar, il cui GNL viaggia su navi che attraversano proprio lo stretto. Per l’Italia l’emirato rappresenta il principale partner per le forniture via mare, coprendo circa il 45% delle importazioni. Un balzo delle quotazioni di petrolio e gas si tradurrebbe inevitabilmente in carburanti più cari, bollette energetiche in aumento e possibili nuove pressioni inflazionistiche, con effetti a catena sulla crescita economica e sulla finanza pubblica.
Gli effetti sugli Stati Uniti e sui mercati globali
Gli Stati Uniti sono ormai il maggiore produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di gas e GNL, ma questo non li mette al riparo dagli shock dei prezzi internazionali. Un forte rincaro del barile si rifletterebbe rapidamente sul costo della benzina, variabile politicamente molto sensibile soprattutto in periodi elettorali. Secondo analisi riportate dal Financial Times, un conflitto prolungato capace di destabilizzare l’energia globale rischierebbe di rappresentare un ulteriore scossone per la fiducia degli investitori, già messa alla prova dalle tensioni legate al boom dell’intelligenza artificiale e dalle vulnerabilità del credito privato fortemente esposto al comparto tecnologico.
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