Introduzione
Traffici ridotti ai minimi e decine di navi ferme da una parte e dall’altra dello stretto di Hormuz, il tratto del mar Arabico (di cui l’Iran controlla una sponda) da cui passa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo. L’attuale situazione nel golfo Persico, con la guerra in Iran e il coinvolgimento di gran parte dei paesi confinanti, sta creando diversi problemi al traffico marittimo della zona, protagonista a livello globale per il trasporto di greggio e gas naturale liquefatto. Prima, diretta, conseguenza è l’aumento del prezzo del petrolio. Rispetto alle quotazioni del 27 febbraio scorso, pari a circa 72 dollari al barile, oggi il Brent (uno dei principali benchmark per il petrolio in Medio Oriente, Europa e Africa) viaggia attorno ai 79 dollari con un repentino aumento del +9,7% - analizza il Codacons -. Il Wti sale invece dai 66,5 dollari al barile del 27 febbraio agli attuali 72,80 dollari, con una impennata del +9,4%. Alle stelle anche il prezzo del gas naturale in Europa, con i future sul contratto di marzo che all'hub di riferimento Ttf sono balzati a 24,89% a 39,91 euro per megawattora per poi attestarsi intorno a quota 39 euro.
Quello che devi sapere
Codacons, gli effetti sul prezzo della benzina
L’attacco di Usa e Israele all’Iran rischia di avere ripercussioni pesanti sulle tasche degli italiani e di determinare una nuova stangata per le famiglie. Lo afferma il Codacons, che segnala come le quotazioni di petrolio e gas siano già schizzate al rialzo, con i primi effetti sui listini dei carburanti e conseguenze che a breve potrebbero estendersi anche a bollette e prezzi dei prodotti trasportati. Tensioni che iniziano a farsi sentire sui nostri listini dei carburanti alla pompa: il prezzo medio della benzina in modalità self passa infatti da una media nazionale di 1,672 euro al litro del 27 febbraio a una media di 1,681 euro/litro di oggi 2 marzo, mentre il gasolio sale nello stesso periodo da 1,723 a 1,736 euro al litro – registra il Codacons sulla base dei dati Mimit – Ritocchi sulla rete che, tuttavia, non hanno ancora pienamente risentito dell’impennata delle quotazioni: nei prossimi giorni, se i prezzi del petrolio non invertiranno il trend, i listini alla pompa di benzina e gasolio rischiano di subire sensibili incrementi, con effetti diretti sul pieno.
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Codacons, gli effetti sulle bollette energetiche
Ma i pericoli riguardano anche le bollette energetiche degli italiani, avvisa il Codacons. Le quotazioni dell'indice Ttf segnano infatti un rialzo del 25% a 39,85 euro al megawattora, raggiungendo i livelli massimi da febbraio 2025. Un andamento che potrebbe presto essere trasferito sulle tariffe praticate in bolletta a famiglie e imprese, con un incremento generalizzato della spesa sia per il gas che per l’energia elettrica, in un momento in cui i consumi sono ancora elevati. Allarme, infine, anche per i prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti: la guerra in Medio Oriente ha bloccato infatti il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz, snodo chiave per il transito di numerose materie prime, con una conseguente crisi della logistica e un aumento dei costi a livello globale che rischia di essere trasferito sui consumatori attraverso i prezzi al dettaglio dei prodotti trasportati, avvisa ancora il Codacons.
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L’analisi del Centro Studi di Conflavoro
“Con l’escalation in Medio Oriente l’Italia rischia un contraccolpo economico senza precedenti: fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, pari a circa l’1,5% del Pil, con picchi del 3,5% per la manifattura e bollette in aumento fino al 30-40%”. È l’analisi del Centro Studi di Conflavoro illustrata dal presidente Roberto Capobianco dopo l’attacco congiunto Israele-Usa contro l’Iran. “Dallo Stretto di Hormuz transita il 20% del petrolio mondiale e l’intero flusso delle nostre importazioni energetiche dal Golfo Persico, pari a 9,6 miliardi di euro. In caso di escalation prolungata il greggio potrebbe salire fino al 75-80% e i costi logistici fino al 25-30%”, avverte Capobianco. “Nel quadro peggiore non si escludono razionamenti energetici per le industrie non strategiche. A rischio 200mila posti di lavoro e 7-8 milioni di ore di cassa integrazione, con produzioni in calo fino al 20% nei comparti energivori come vetro, acciaio, ceramica, chimica e carta. “L’attuale scenario evidenzia in modo evidente la vulnerabilità energetica del Paese. Le famiglie potrebbero perdere fino al 7% del potere d’acquisto, con inflazione al 3,5-4% e un impatto medio di circa 100 euro al mese tra energia e alimentari (+8%)”.