Dazi, l’allarme dei piccoli imprenditori italiani: “Un negozio su tre a rischio chiusura”
EconomiaIntroduzione
L’osservatorio 'Evolution forum business school sulle pmi' ha interrogato 2mila micro e piccoli imprenditori – cioè con un fatturato fino a un milione di euro e meno di cinque dipendenti – in merito agli effetti dei dazi statunitensi. Nonostante i dati provenienti da Confcommercio dicano che le tariffe dovrebbero avere una conseguenza solo dello 0,2% sul Pil europeo, le Pmi sono preoccupate. E anche Federconsumatori ribadisce i rischi: export rischia di passare da 16% a 8%. I dettagli
Quello che devi sapere
A rischio soprattutto i piccoli negozianti
- "Gli imprenditori italiani stimano perdite fino al 15% sul fatturato delle proprie aziende entro fine anno", spiega la ricerca "Evolution forum business school sulle pmi". "A soffrirne, secondo i leader delle nostre pmi, saranno un po’ tutti, ma soprattutto i piccoli negozianti di paese (32,5%) che rischiano di chiudere per sempre i battenti, mentre la gdo e le grandi catene europee (15%) saranno in grado di difendersi. Le conseguenze reali delle imposizioni Usa si vedranno soltanto tra 6 mesi, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 2025", secondo il 68% degli intervistati.
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La metà degli imprenditori stima perdita del 15%
- Il tycoon ha annunciato che “potrebbe esserci una certa flessibilità”, ma inevitabilmente le attività commerciali delle imprese Ue potrebbero subire una svolta epocale e la situazione potrebbe precipitare nel giro di pochi giorni. Secondo la ricerca effettuata dall’Osservatorio Efbs più della metà (il 54,5%) degli imprenditori italiani stimano una perdita di circa 15% nel momento in cui verranno effettivamente applicati i dazi Usa
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"Commercio globale, soffriranno tutti"
- Una parte, meno positiva, ritiene che l’impatto possa essere più gravoso, fino al 30%; praticamente nessuno va oltre e crede che si potrebbe arrivare a dimezzare il fatturato dell’azienda per cui lavora (meno dell’1%). Per le pmi a seguito dei dazi “soffriranno tutti perché il commercio è globale”- è la riposta del 45% degli intervistati – ma le piccole attività commerciali, e quindi i negozi di paese, patiranno maggiormente (32,5%) rispetto alle grosse catene di supermercati presenti in tutta l’Europa (15%)
Cosa farà differenza e cosa no
- Una buona fetta del campione dà peso anche al settore d’ appartenenza e rispondono: “Molto dipenderà dal settore merceologico su cui Trump imporrà i dazi” (15% degli intervistati). Non ci saranno differenze, invece, sulle conseguenze tra negozi in periferia e quelli del centro nelle città italiane (55%). Una prima soluzione che auspicano i piccoli e medi imprenditori italiani è la “fidelizzazione del cliente con azioni mirate” finché si è ancora in tempo in attesa della batosta preannunciata dal tycoon: la pensa così l’83,5% degli intervistati secondo l’Osservatorio Efbs
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Le proiezioni di Codacons
- Codacons ha elaborato delle proiezioni sui possibili effetti delle misure introdotte da Trump. Potrebbero determinare, a regime, un incremento dei prezzi al dettaglio in Italia, con una stangata fino a 4,2 miliardi di euro sulla spesa delle famiglie. Le minori esportazioni delle imprese italiane ed europee verso l'America, se non bilanciate da un incremento dell'export verso Paesi terzi, determinerebbero una riduzione dei profitti per miliardi di euro, che costringerebbe i produttori ad aumentare i prezzi sui propri mercati di attività per compensare le perdite
I settori più a rischio
- Se alcuni comparti, come quello del lusso, risentiranno meno dei dazi in virtù della scarsa elasticità della domanda rispetto ai prezzi, altri settori, dall'automotive all'alimentare, subiranno un colpo durissimo
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Quanto aumenterebbe la spesa a parità di consumi
- Ipotizzando a regime un effetto sul tasso generale di inflazione italiano del +0,3% come conseguenza non solo delle misure protezionistiche varate dagli Usa, ma anche dei contro-dazi dell'Ue verso i prodotti importati dagli Stati Uniti, la spesa delle famiglie italiane, a parità di consumi, aumenterebbe di 2,55 miliardi di euro all'anno. Ma se l'effetto sull'inflazione fosse più alto, ad esempio del +0,5%, la stangata arriverebbe a complessivi 4,23 miliardi di euro
Il settore alimentare avrebbe un aggravio di 1,62 miliardi
- Uno dei settori più colpiti dallo tsunami dazi sarà quello alimentare, considerato il peso delle esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa: un eventuale rialzo dei prezzi al dettaglio di cibi e bevande venduti in Italia del +1%, determinerebbe un aggravio di spesa da 1,62 miliardi di euro annui a carico dei consumatori, calcola il Codacons. A tutto ciò, inoltre, si aggiungerebbero effetti negativi su mutui e finanziamenti: un eventuale rialzo dell'inflazione nell'eurozona porterebbe la Bce a invertire la rotta e optare per un aumento dei tassi di interesse, con evidenti danni per chi ha acceso un mutuo a tasso variabile, conclude l'associazione
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Federconsumatori ribadisce i rischi
- I dazi Usa "avranno un forte impatto sulle produzioni italiane: in particolare, oltre che nei comparti della meccanica e della farmaceutica, in tanta parte delle manifatture made in Italy e sui nostri eccellenti prodotti agroalimentari, Dop, Igp, Stg, come vini e formaggi, molto apprezzati ed esportati oltreoceano. E questo si potrebbe riverberare negativamente sull'occupazione". È questo l’allarme di Federconsumatori, che ha definito "ottocentesche" le misure protezionistiche americane. "Nel complesso, si stima un impatto negativo sul Pil italiano di 6 o 7 decimi, tanto quanto la crescita programmata dal governo", stima Federconsumatori. "L'export italiano – sottolinea – è più esposto della media Ue verso il mercato statunitense, con vendite complessive superiori al 16% dell'export totale. Secondo stime del nostro Osservatorio nazionale, con i dazi a questo livello si rischia una diminuzione di circa l'8%, che la debole domanda interna avrà difficoltà a compensare. Ma si temono ripercussioni anche sul fronte dei prezzi, poiché da un lato le aziende potrebbero tentare di scaricare sul mercato interno i minori margini di guadagno all'esterno, dall'altro i probabili contro-dazi europei sui prodotti Usa importati ne aumenteranno i prezzi al consumo"
Come sono suddivisi i dazi di Trump
- Nella serata italiana del 2 aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficializzato la guerra commerciale globale (ha chiamato la giornata il "Liberation Day"): dazi da lui definiti "reciproci" del 10% a tutti (in vigore dal 5 aprile), che aumentano poi a seconda dei Paesi (dal 9 aprile). Al 20% quelli per l'Ue. I dazi più alti al Vietnam (46%). Tra gli altri Stati più colpiti Thailandia (36%), Taiwan (32%), Indonesia (32%), Svizzera (31%) e India (26%). Le aliquote più basse sono al 10%, come quelle applicate al Regno Unito.
Per approfondire: Dazi Usa, nella lista di Trump anche i pinguini dell'isole Heard e McDonald
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