Messi in salvo 104mila afghani, ma il doppio dovrà rimanere nel Paese senza protezione

Economia

Lorenzo Borga

Le operazioni di salvataggio sono ormai quasi giunte al termine. Gli ultimi giorni saranno impiegati alla partenza dei soldati occidentali. Lo Skywall

Sono 104mila gli afghani portati in salvo dalla coalizione internazionale attraverso l'aeroporto di Kabul. Un numero che cresce di giorno in giorno. La maggior parte sono stati trasportati attraverso aerei americani, in 66mila, mentre altre 37mila hanno trovato rifugio all'estero grazie alle altre nazioni. Questi sono i numeri forniti da il generale americano Kenneth F. McKenzie.

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Ma quanti dovrebbero essere salvati? Secondo il New York Times, che riporta le analisi di Association of Wartime Allies, a terra ci sarebbero ancora almeno 250mila afghani che hanno collaborato con il contingente americano o che, più in generale, avrebbero diritto al visto di ingresso negli Usa.

In molti rimarranno indietro

 

È evidente dunque che - né al ritmo attuale delle evacuazioni, che già sta rallentando, né men che meno al ritmo probabile dei prossimi giorni in cui le operazioni saranno sempre più complicate per via degli attacchi terroristici e dell'avvicinarsi del termine delle evacuazioni fissato al 31 agosto - non tutti gli afghani a rischio saranno salvati. Con il trascorrere dei giorni infatti sempre più nazioni termineranno le operazioni e inizierà la smobilitazione dei contingenti militari a difesa dell'aeroporto, come aveva avvertito a Sky TG24 l'ambasciatore Stefano Pontecorvo. Sarà dunque fondamentale trovare un modo per portarli fuori dal paese anche dopo la fine del mese, come anticipato dal Pentagono.

E l'Italia?

Anche il nostro paese ha terminato le operazioni di salvataggio. Secondo i dati del Ministero della Difesa sono stati 4.900 gli afghani portati fuori dal paese attraverso il ponte aereo.

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Ma purtroppo anche in questo caso è difficile capire quante persone stiamo lasciando indietro. Stime ufficiali infatti su quanti avrebbero diritto a entrare in Italia non esistono. Possiamo solo basarci su quanto affermato da membri del governo nelle scorse settimane.

 

In un'audizione al Senato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva detto a fine giugno che «224 dei 228 tra collaboratori delle Forze Armate e loro familiari che hanno chiesto accoglienza sono già in Italia». Ma ora ovviamente quel numero è stato ampiamente superato: probabilmente anche perché fino a due mesi fa erano stati pochi i collaboratori afghani che avevano fatto richiesta d'asilo nel nostro paese, non aspettandosi la presa del potere da parte dei talebani.

 

A parlare è stato anche Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, più recentemente: il 22 agosto su Facebook aveva posto l'obiettivo di portare in salvo 2.500 persone. Anche in questo caso i numeri finali dell'operazione sono decisamente più alti, il doppio. Possiamo dunque leggere questo dato come un successo - perché l'esercito italiano è riuscito a portare fuori dal paese molti più rifugiati di quanto previsto - ma anche come un inequivocabile segnale di incertezza, che ci fa temere sulle sorti dei tanti che molto probabilmente saranno lasciati a Kabul, tra ex collaboratori, attivisti e afghani che hanno avuto a che fare - a vario titolo - con gli italiani.

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