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Da Welby a Dj Fabo, 12 anni di battaglie per il diritto di scegliere sul fine vita

Nella foto, in alto da sinistra: Dj Fabo, Eluana Englaro, Luca Coscioni, Piergiorgio Welby (Ansa)
4' di lettura

Sono tanti i casi che hanno scosso le coscienze sul tema dell’eutanasia, e i volti che hanno impersonificato la lotta per il diritto di scelta sono diventati veri e propri simboli. Ma fino all’approvazione della legge sul biotestamento, sono stati i tribunali a decidere

Poter decidere quando terminare la propria vita e interrompere così la propria sofferenza dovuta alla malattia. È stata questa la richiesta che in 12 anni, come un filo rosso, ha legato tanti volti che sono diventati dei simboli, da Piergiorgio Welby all'ultimo in ordine cronologico, quello di dj Fabo. Una volontà di porre fine "con dignità" alla propria vita che, con l'approvazione della legge sul biotestamento avvenuta nel dicembre del 2017, può essere accolta in modo certo nel quadro di una norma dello Stato. Prima della legge, invece, l'ultima parola è sempre spettata ai giudici ed ai tribunali. È lì infatti che sono state prese le decisioni su tutti i casi di persone che volevano porre fine alla propria vita, fino a quel sì del Parlamento (EUTANASIA, SUICIDIO ASSISTITO, BIOTESTAMENTO: LE DIFFERENZE).

Piergiorgio Welby, primo a far emergere la mancanza di una legge

Il primo a porre il tema dell'autodeterminazione del malato e della scelta sul fine-vita fu Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associazione Coscioni. Colpito da anni dalla distrofia muscolare inviò al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva l'eutanasia. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali di Welby di porre fine all'"accanimento terapeutico", dichiarandola "inammissibile" a causa del vuoto legislativo su questa materia. Pochi giorni dopo, Welby chiese al medico Mario Riccio di porre fine al suo calvario. Riccio staccò dunque il respiratore a Welby sotto sedazione, venendo poi assolto dall'accusa di omicidio del consenziente.

Luca Coscioni e la sua associazione

Nel 2006 muore Luca Coscioni, undici anni dopo la diagnosi di Sla. Insieme alla moglie Maria Antonietta aveva intrapreso una battaglia con i Radicali, con cui si era candidato per la prima volta nel 2000, in favore dell’eutanasia. Grazie al suo impegno ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica il confronto su questo tema. Nel 2002 aveva fondato l’associazione Luca Coscioni, ancora oggi tra le più attive e note sul tema del fine vita.

Il caso di Giovanni Nuvoli

Nel 2007 fu poi il caso di Giovanni Nuvoli, malato di Sla di Alghero, che chiedeva anch'egli il distacco del respiratore: questa volta, però, il tribunale di Sassari respinse la richiesta ed i carabinieri bloccarono il medico che voleva aiutarlo. Nuvoli iniziò allora uno sciopero della fame e della sete lasciandosi morire.

La lunga battaglia di Eluana Englaro

Ma è nel 2009 con il caso di Eluana Englaro, la giovane di Lecco rimasta in stato vegetativo per 17 anni, che il Paese si è diviso tra i favorevoli alla volontà del padre Beppino di far rispettare il desiderio della figlia quando era ancora in vita di porre fine alla sua esistenza se si fosse trovata in simili condizioni, e i contrari. Varie le sentenze di rigetto delle richieste dei familiari, finché la Cassazione, per ben due volte, non si è pronunciata a favore della sospensione della nutrizione e idratazione artificiale.

I casi di Mario Fanelli e Walter Piludu, malati di Sla

Anche Mario Fanelli, malato di Sla morto per cause naturali nel 2016, chiedeva una legge sull'eutanasia. E sempre nel 2016, Walter Piludu, ex presidente della provincia di Cagliari malato di Sla, è morto ottenendo il distacco del respiratore: il tribunale di Cagliari ha infatti autorizzato la struttura sanitaria dove si trovava a cessare i trattamenti.

Il caso di dj Fabo

Nel 2017 esplode il caso di Dj Fabo, morto in Svizzera nella struttura dove si è recato accompagnato da Marco Cappato dell'Associazione Luca Coscioni per ottenere il suicidio assistito. Fabiano Antoniani si era rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché intervenisse sul fine vita. A 39 anni, cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale, chiedeva di "essere libero di morire" e giudicava "scandaloso che i parlamentari non abbiano il coraggio di prendere la situazione in mano per tanti cittadini che vivono come me". La vicenda deve ancora vedere la sua fine dal punto di vista giudiziario: la procura di Milano si è vista “costretta” ad accusare Cappato di aiuto al suicidio e per lui è iniziato il processo, arrivato fino alla Consulta, che a settembre 2019 esprimerà il suo verdetto.

Patrizia Cocco, la prima a utilizzare la legge sul biotestamento

Patrizia Cocco, invece, ha combattuto per 5 anni la sua battaglia contro la Sla, poi ha scelto di dire basta. Nuorese di 49 anni, è stata la prima in Italia ad ottenere di “staccare la spina” dopo l'entrata in vigore della legge sul Biotestamento. Lo ha fatto dopo aver dato il suo assenso ai medici per la rinuncia alla ventilazione meccanica e per l'inizio della sedazione palliativa profonda.

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