Dopo la decisione, ha fatto sapere l'azienda, il numero dei cassintegrati passa, di fatto, "dagli attuali 4.450 a 8.622 unità, mantenendo in servizio 1.004 unità al fine di garantire la sorveglianza degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all'adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva"
Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria (l'ex Ilva) ha chiesto di mettere in cassa integrazione straordinaria in tutta Italia altri 4.172 dipendenti in più rispetto a quanto già previsto dall'attuale autorizzazione di cassa per 4.450. Il numero dei cassintegrati passa, di fatto, "dagli attuali 4.450 a 8.622 unità, mantenendo in servizio 1.004 unità al fine di garantire la sorveglianza degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all'adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva".
La comunicazione
L'informazione rientra in una comunicazione che i commissari di Acciaierie - Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli - hanno trasmesso ai sindacati nazionali e territoriali, dalla Puglia alla Liguria, dalla Lombardia al Piemonte, oltre che alle Regioni interessate e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. La nuova richiesta di cassa, ha chiarito l'azienda, prende il via dall'autorizzazione e sino al 28 febbraio 2027 "salvo proroghe e/o rinnovi della stessa".
I sindacati di Taranto
Ai sindacati di Taranto la comunicazione è arrivata nelle scorse ore in conclusione dello sciopero all'ex Ilva e nell'indotto-appalto durato cinque giorni e che ha visto anche il blocco delle principali statali da e per Taranto.
I numeri
Il nuovo numero di 8.622 va inteso come "numero medio massimo di contestuali sospensioni", ha poi specificato l'azienda. Allo scorso 30 luglio, i dipendenti di Acciaierie erano 9.626, di cui 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure, 127 negli uffici di Milano, più altri nei restanti siti. Con la nuova comunicazione, la società chiede ora la cassa sino a febbraio per 6.964 su 7.875 del sito di Taranto, per 870 su 917 a Genova, per 515 su 542 a Novi Ligure e per 117 su 127 a Milano. Analogo impatto anche sulle altre sedi della società. A Taranto, dove la cassa è attualmente in corso per circa 3.500 persone ed è stata autorizzata come massimo per 3.800 nell'ambito di un contingente complessivo di 4.450, i quasi 7mila cassintegrati totali riguarderanno 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree di fusione e staff e servizi sono quelle maggiormente colpite con, rispettivamente, 2.660 e 3.225 persone destinate alla cassa integrazione. Per l'area di laminazione di Taranto, invece, la richiesta aziendale riguarda 1.079 persone.
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L'azienda: "Aumento della cassa a seguito del decreto dei giudici"
L'aumento della cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d'Italia, ex Ilva, da 4.450 a 8.622 dipendenti complessivi, viene motivato dalla società stessa con la necessità di adempiere al decreto della Corte d'Appello di Milano che ha ordinato la fermata dell'area a caldo nello stabilimento di Taranto. Il decreto era stato emesso il 27 luglio con scadenza 90 giorni. Due richieste di sospensione del decreto stesso avanzate da AdI erano state bocciate dalla Corte d'Appello. Inoltre, contro il decreto l'azienda aveva avanzato ricorso straordinario in Corte di Cassazione con udienza fisssata il 20 ottobre. "Il non dilazionabile adempimento dell'ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l'esercizio dell'area 'a caldo' impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo", hanno fatto sapere i commissari di Acciaierie. "In esecuzione del provvedimento giudiziale di spegnimento dell'area a caldo, la società ha provveduto - tra le altre - alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l'equilibrio economico della gestione", si legge ancora nella comunicazione rivolta a ministeri, sindacati e Regioni interessate. "Infatti - si prosegue -, dalla temporanea sospensione dell'esercizio di tutti gli impianti di produzione funzionali all'out put di bramme e coils, già a decorrere dal 09.10.2026, consegue l'improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente, ricadute sulle lavorazioni in essere in tutti gli stabilimenti del gruppo, di potenziale variabile entità nel tempo, in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva".