Il fumettista torinese racconta la sua ultima visita all'Ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino. Tra eccellenze professionali, turni massacranti, strumenti inadeguati e il mostro della burocrazia
Entrare in un ospedale pediatrico significa camminare sul filo sottile che separa l'eccellenza medica dalla fragilità umana.
Mi sono preso un po' di tempo prima di entrare al Regina Margherita di Torino. Lo conoscevo già: ci sono stato qualche volta per mio figlio, per fortuna nulla di grave. Eppure, quando sei un genitore, un ospedale pediatrico non diventa mai un posto qualunque, e negli occhi degli altri leggi un mondo di cose non dette ma capite.
Sapevo che quello che avrei visto lì dentro mi avrebbe scosso, e infatti è andata così. Sono entrato con l'idea di osservare e raccontare, come faccio sempre, senza denunciare né giudicare. Ho parlato con dottori, dottoresse e infermieri, ho ascoltato, ho guardato. Ho trovato un luogo dove convivono una professionalità altissima e difficoltà quotidiane che chi ci lavora conosce bene.
Credo che farebbe bene a tutti passare di lì, anche solo per un momento, e vedere con i propri occhi la realtà che i bambini vivono ogni giorno sulla propria pelle. È più dura di quanto si pensi. E chi se ne prende cura riesce comunque a fare benissimo il proprio lavoro, nonostante tutto.