Centri antiviolenza, dalla prima richiesta di aiuto al sostegno: cosa sapere

Cronaca
Giulia Mengolini

Giulia Mengolini

Si può chiedere aiuto in totale anonimato, e per farlo non è necessario aver già deciso di denunciare. I Centri antiviolenza possono essere anche il luogo in cui una donna prova a capire cosa le sta succedendo e trova qualcuno disposto ad ascoltarla. Come funziona il primo passo

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Oltre 93 milioni di euro per rafforzare nel 2026 la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio. È quanto prevede l'intesa raggiunta il 10 settembre in Conferenza Stato-Regioni, con risorse destinate a sostenere i servizi e i percorsi di autonomia delle donne vittime di violenza.
 

Ma cosa succede concretamente quando una donna decide di chiedere aiuto? A chi può rivolgersi? Serve aver già denunciato? E cosa accade al primo contatto con un centro antiviolenza?

 

"I centri anti-violenza sono spazi di libertà costruiti dalle donne per le donne, a cui qualsiasi donna può accedere in totale anonimato e riservatezza. Si può scegliere di fornire anche un nome di fantasia", spiega a Sky TG24 Luisanna Porcu, consigliera nazionale D.i.RE, che riunisce in un unico progetto più di 89 organizzazioni di donne. "Possono rivolgersi a un CAV tutte le donne, italiane, straniere, con o senza permesso di soggiorno, con o senza figli, a prescindere dal fatto che abbiano sporto o meno denuncia", spiega.

I Centri antiviolenza offrono ascolto, informazioni e sostegno: a seconda delle singole esigenze, possono fornire consulenza psicologica e legale, orientamento al lavoro, supporto alla genitorialità e ai minori e accompagnamento verso altri servizi territoriali o una casa rifugio (strutture spesso a indirizzo segreto, che ospitano le donne e i loro figli minorenni per un periodo di emergenza). Ogni percorso è diverso dall'altro e costruito su misura in base a esigenze e desideri della donna.

 

Nel 2024 erano attivi in Italia 409 Centri antiviolenza e 61.370 donne si sono rivolte ai CAV che hanno partecipato alla rilevazione Istat. I centri D.i.Re - di cui fanno parte 119 CAV e 60 case rifugio in tutta Italia - accolgono circa 23 mila donne all'anno. 

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Non bisogna essere già certe che sia violenza

È molto importante che le donne sappiano che per rivolgersi a un CAV non è necessario essere già certe di vivere una situazione di violenza.

“Se non sono sicura che quello che sto vivendo sia realmente violenza”, racconta Porcu, "posso rivolgermi a un centro antiviolenza semplicemente per confrontarmi con le operatrici". 

Il dubbio può riguardare per esempio comportamenti che non lasciano segni visibili, come quelli della violenza fisica. “Se il mio compagno pretende tutte le sere di avere dei rapporti sessuali senza il mio consenso, o se esige di avere il controllo sul mio stipendio, sto subendo violenza?” Il confronto con le operatrici - che nei CAV sono sempre donne - può quindi rappresentare un primo passo per capire meglio ciò che la donna sta attraversando, spiega Porcu. Prima ancora di stabilire se iniziare a costruire un eventuale percorso insieme a lei.

Cosa succede al primo contatto

Il primo contatto con un centro antiviolenza può avvenire per telefono, attraverso un colloquio o online. 

Le operatrici ascoltano la donna (che può rimanere anonima) e, sulla base della situazione, possono orientarla verso i servizi più adatti: sostegno psicologico o legale, servizi sociali, lavoro, tutela dei figli o, quando necessario, una struttura protetta. Non è assolutamente necessario aver già deciso se denunciare la persona maltrattante.

Anche familiari, amici o persone vicine alla donnapossono chiedere informazioni a un centro antiviolenza per capire come sostenere una donna che potrebbe trovarsi in una situazione di violenza. "Non esiste un percorso uguale per tutte", spiegano da D.i.RE. "Il sostegno alle donne viene costruito sulla situazione e sulle esigenze della singola donna, accompagnandola nelle scelte che decide di fare. La donna è sempre al centro". 

Il 1522 e la chat D.i.Re

Per chiedere aiuto c'è il 1522, il numero nazionale antiviolenza e antistalking (si tratta del servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri). È gratuito, attivo 24 ore su 24 e offre ascolto, informazioni e orientamento verso i servizi territoriali, compresi i centri antiviolenza e le case rifugio. È possibile contattare l'1522 anche tramite chat. In entrambe le modalità garantisce alla donna totale anonimato.

 

C'è poi la chat “Come possiamo aiutarti” di D.i.Re, sempre anonima e gratuita, alla quale rispondono operatrici esperte dei Centri della rete. Può essere utilizzata anche da chi ha dubbi sulla propria situazione e vuole capire a chi rivolgersi (la chat è attiva dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 22, esclusi i festivi).

Secondo quanto spiegato da Porcu, i messaggi della chat vengono cancellati automaticamente e la geolocalizzazione non è attiva, una misura pensata anche per aumentare la sicurezza nei casi in cui il telefono della donna possa essere controllato dal partner.

 

In caso di pericolo immediato, il riferimento è invece il 112, il numero unico europeo per le emergenze. 

Figli e case rifugio

I centri possono offrire sostegno anche ai minori che vivono situazioni di violenza. Quando una donna deve allontanarsi da una situazione di pericolo, può essere accolta insieme ai figli in una casa rifugio, struttura protetta a indirizzo riservato o segreto. "La prima cosa che viene fatta in un centro antiviolenza tra le operatrici e la donna è la valutazione del rischio.", spiega la consigliera di D.i.Re. "Se le donne dicono ho paura, è fondamentale che la loro paura sia ascoltata".


Non è necessario aspettare di sporgere denuncia o avere già deciso se farlo. Anche un dubbio può essere il primo passo per chiedere aiuto.

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