Braccianti bruciati ad Amendolara, continuano indagini dopo 2 fermi. Identificate vittime

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I quattro braccianti agricoli - un pachistano e tre afghani tra i 19 e i 29 anni - sono stati bruciati vivi in un minivan lunedì scorso in Calabria. Ieri sono stati fermati due cittadini pachistani di 31 anni con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato: a incastrarli i filmati del sistema di videosorveglianza del distributore di carburante e il racconto dell'unico sopravvissuto. Alle 16, nella questura di Cosenza, la conferenza stampa del procuratore di Castrovillari Alessandro D'Alessio

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Continuano le indagini sull’uccisione dei quattro braccianti agricoli bruciati vivi in un minivan lunedì scorso ad Amendolara, in Calabria. Ieri sono stati fermati due cittadini pachistani con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato: a incastrarli i filmati del sistema di videosorveglianza del distributore di carburante in cui è stata ritrovata l’auto in fiamme. Le telecamere hanno ripreso non solo i loro volti, ma anche tutte le fasi di quanto successo e i loro movimenti per bloccare le portiere dall’esterno. Alle 16, nella questura di Cosenza, è prevista la conferenza stampa del procuratore di Castrovillari Alessandro D'Alessio. Intanto, le quattro vittime sono state identificate.

Chi erano le 4 vittime

I quattro braccianti uccisi sono il pachistano Waseem Khan, di 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27). Gli investigatori sono riusciti a identificarli grazie ai documenti trovati nell'appartamento in cui vivevano a Villapiana insieme ad altri migranti, tra i quali Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, unico sopravvissuto alla strage. L’uomo era a bordo del minivan ed è riuscito a fuggire dal cofano o da un finestrino. Da quanto è emerso, i quattro braccianti erano arrivati in Calabria dopo essere passati dalla Sardegna. Le due persone sottoposte a fermo, invece, sono i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni.

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La ricostruzione degli omicidi

Nelle immagini del sistema di videosorveglianza si vedono i due fermati muoversi freneticamente intorno al minivan con il portellone posteriore aperto. Mentre uno sta dietro, forse per versare la benzina nell'abitacolo, l'altro fa forza con le braccia sulle portiere per impedire a chi sta dentro di uscire. I due si danno il cambio e all’improvviso parte una fiammata, mentre loro fuggono a piedi. A bordo c’era anche il cittadino afgano sopravvissuto, regolare in Italia, che è riuscito a sfondare un finestrino e uscire: ha riportato delle ustioni sulle braccia.

Il possibile movente

Secondo il racconto dell’unico sopravvissuto, i braccianti sarebbero stati uccisi perché chiedevano di essere pagati per il loro lavoro e perché si sarebbero rifiutati di dare soldi per il trasporto ai due fermati (probabilmente i caporali). Una versione che dovrà passare al vaglio degli investigatori della Squadra mobile di Cosenza e dei magistrati della Procura di Castrovillari. In particolare, l’uomo ha raccontato che più volte i suoi coinquilini avevano chiesto di essere pagati per il lavoro che svolgevano nei campi a raccogliere fragole tra la Calabria e la Basilicata, ma di non aver mai ottenuto nulla. "I soldi non ce li davano. Ci davano da mangiare, ci davano la casa. Ma i soldi no", ha detto. Nel lavoro nei campi c'è una "grande mafia del Pakistan", ha aggiunto, riferendo che i due fermati minacciavano lui e i suoi amici con coltelli e pistole. "Hanno gettato la benzina dentro e poi un accendino", ha raccontato ancora sugli attimi prima della strage.

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