Varese, neomamma licenziata per aver dormito in pausa pranzo: giudice condanna azienda

Cronaca
©IPA/Fotogramma

L’impiegata era rientrata in ufficio con mezz’ora di anticipo rispetto alla fine della pausa pranzo per riposare. L’azienda aveva avviato un procedimento disciplinare. La giudice ha però dichiarato nullo il licenziamento, anche perché il provvedimento era stato disposto prima che il figlio della donna compisse un anno. La donna riceverà un indennizzo di circa 35mila euro, oltre a Tfr, contributi arretrati e interessi

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Una neomamma si era addormentata su un divanetto dell’infermeria aziendale durante la pausa pranzo, dopo essere rientrata in ufficio in anticipo per riposare. Per questo era stata licenziata. Ora, come riporta il Corriere della Sera, il Tribunale di Varese ha stabilito che il provvedimento dell'azienda era illegittimo e la donna dovrà ricevere un indennizzo di 15 mensilità, pari a circa 35mila euro, oltre a Tfr e contributi.

Il riposo in infermeria e il procedimento disciplinare

 

L’episodio risale all’aprile 2023. La donna, una 35enne assunta a tempo indeterminato come impiegata amministrativa in una ditta del Varesotto, aveva timbrato il cartellino per uscire in pausa pranzo intorno alle 13. Dopo meno di mezz’ora era rientrata in azienda e aveva deciso di utilizzare gli ultimi 30 minuti di pausa per recuperare un po’ di sonno, visto che il figlio piccolo la faceva dormire poco. La donna, che soffriva anche di ansia e attacchi di panico, era entrata nell’infermeria aziendale, si era stesa su un divanetto e si era addormentata. Al rientro anticipato aveva però timbrato il cartellino. Alcuni colleghi l’avevano trovata a dormire e anche i superiori ne erano venuti a conoscenza. L’azienda aveva quindi avviato un procedimento disciplinare e, nel maggio dello stesso anno, la neomamma era stata licenziata. 

 

La decisione della giudice

 

In tribunale, il licenziamento è stato dichiarato nullo. La giudice della seconda sezione civile del Tribunale di Varese ha ritenuto che la timbratura al rientro anticipato dalla pausa non fosse sufficiente a giustificare il provvedimento. Inoltre, è emerso che la donna era rientrata al lavoro a gennaio dopo la maternità e che il figlio, nato a giugno 2022, non aveva ancora compiuto un anno al momento del licenziamento. In Italia la legge vieta il licenziamento prima del primo anno di vita del bambino, salvo casi specifici. Nella sentenza la giudice ha sottolineato che “la condotta della lavoratrice non integra affatto gli estremi della giusta causa di licenziamento e, tanto meno, della specifica colpa grave ulteriormente richiesta ai fini della validità del licenziamento, intimato ad ogni modo anteriormente al compimento dell’anno del bambino, trattandosi piuttosto di un comportamento che avrebbe dovuto essere sanzionato esclusivamente con un provvedimento conservativo”. La donna aveva inizialmente chiesto il reintegro, ma poi ha rinunciato dopo aver trovato un altro impiego in un’azienda di Varese. Ora riceverà circa 35mila euro di indennizzo, oltre al Tfr, ai contributi arretrati e agli interessi dalla data del licenziamento.

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