Sono sei i testimoni che vengono sentiti per la vicenda del poliziotto accusato dell'omicidio di Abderrahim Mansouri la sera del 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo. L'udienza andrà avanti fino a domani, 11 aprile
La vicenda giudiziaria di Carmelo Cinturrino, il poliziotto accusato dell'omicidio di Abderrahim Mansouri della sera del 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo, è arrivata all'incidente probatorio. Davanti al pm Giovanni Tarzia e al giudice Domenico Santoro, al Tribunale di Milano, sono stati chiamati sei testimoni, tra cui pusher e tossicodipendenti. A carico di Cinturrino una trentina di capi di imputazione: non solo omicidio, ma anche estorsione, spaccio e arresti illegali. L'udienza è iniziata oggi, 10 aprile, e andrà avanti fino a domani.
Le mosse della difesa di Cinturrino
Prima dell'inizio delle testimonianze delle sei persone, già sentite nelle indagini, la difesa di Cinturrino ha fatto sapere al giudice di aver denunciato una presunta associazione per delinquere nel boschetto, composta da pusher anche sentiti come testi, e di aver presentato denuncia anche per false dichiarazioni ai pm da parte di quei testimoni. "Vogliamo far emergere la verità - ha detto l'avvocato Marco Bianucci, che difende Cinturrino insieme a Davide Giuseppe Giugno - Cinturrino non può rispondere di cose che non ha fatto. Ci sono evidenti criticità su ciò che viene dichiarato da questi testi. Il punto resta sempre la loro attendibilità". La difesa aveva sollevato la questione dell'incapacità, anche per intossicazione da droghe, dei testimoni, ma al momento, secondo il gip, non sono emersi elementi di questo genere per ritenerli non idonei.
Teste sul caso Cinturrino: "Mansouri si sentiva pedinato anche da un'auto"
Tra gli atti depositati per l'incidente probatorio c’è anche il verbale di una donna 49enne, amica di Abderrahim Mansouri. "Secondo Zoer – uno dei soprannomi di Mansouri, ndr - voleva gestire tutto il poliziotto. Questo è quello che mi diceva da ottobre fino a quando è morto. Ci siamo sentiti il venerdì o il sabato prima che morisse, era preoccupato perché aveva visto una macchina fuori casa, forse una Volvo blu, che lo ha seguito fino in zona Certosa (...) aveva paura, si sentiva seguito". E ha aggiunto: “Un'altra mattina mi ha chiesto di andare a prenderlo perché si sentiva pedinato. Con il poliziotto c'era rivalità, voleva che Zoer andasse via dal bosco, ma quello era il suo posto e ci voleva stare lui". Cinturrino, ha raccontato la donna come altri testi, "si prendeva tutta la cocaina, detta 'storia bianca' e i soldi, mentre l'eroina, la scura, la lasciava lì ai tossici (...) entrava tutte le mattine verso le 10.30-11, entrava e portava via tutto". Mansouri diceva che "era il suo peggior nemico, aveva tanta paura (...) aveva paura di essere ammazzato". Sempre secondo la teste, dopo Capodanno, Cinturrino "gli avrebbe detto 'o vivo io o vivi tu'".
Teste conferma accuse davanti al gip: "Cinturrino voleva uccidere Mansouri"
La legale Debora Piazza, che difende un 39enne italiano frequentatore del boschetto di Rogoredo, chiamato a testimoniare, ha spiegato che il suo assistito ha ribadito al gip di essere stato "colpito più volte con un martello, ferocemente alle costole, come è accaduto anche ad un altro ragazzo in carrozzina, che ora non c'è più". E ha ripetuto che "per due volte" Cinturrino gli ha detto di far sapere a Mansouri che "prima o poi" lo avrebbe "ammazzato".
Approfondimento
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Teste: "Cinturrino sfidò Mansouri dicendo che Rogoredo diventava sua"
Un marocchino 19enne, anche lui teste citato davanti al gip, ha raccontato che, nel periodo in cui Mansouri e gli altri avevano smesso di spacciare di giorno "per evitare che Luca ci portasse via i soldi e la droga", Zack, soprannome di Mansouri, entrò nel boschetto e "Luca lo ha sfidato". Il 28enne, sempre stando alla versione del teste, "gli ha chiesto 'cosa vuoi da me? Cosa ti ho fatto?' e Luca gli ha detto che in quel posto comandava lui e ha detto 'Corvetto è mia, anche Rogoredo diventa mia'". Cinturrino, ha sostenuto ancora il 19enne, "diceva sempre ai tossici che aveva due proiettili, uno per me e uno per Zack". Da quanto risulta dal verbale, il pusher 19enne ha fatto acquisire agli investigatori della Squadra mobile anche dei video. A suo dire, si legge, "riprendono Luca che picchia" un disabile in carrozzina che frequentava il boschetto. Secondo un altro teste, ad un certo punto si era creata la situazione per cui nel bosco "il giorno era di Luca e la notte di Zack". Tra le deposizioni agli atti anche quella del cugino di Mansouri. Ha riferito che il 28enne gli raccontava che Cinturrino "una volta si era anche presentato in macchina con dei vestiti arabi per non farsi riconoscere". Lui, come altri, ha messo a verbale che il 41enne girava spesso con un "ragazzino", un "biondino", che "faceva tutto quello che Cinturrino gli ordinava".
Cosa è emerso dalle indagini
Dalle audizioni fatte in fase di indagini, come si legge negli atti, emergerebbero diversi episodi di aggressioni - come pestaggi con un martello, ma anche con spray al peperoncino - soprusi e abusi, che hanno portato alle altre imputazioni per Cinturrino, che girava spesso, si legge, anche "con un ragazzino", e per gli altri sei agenti indagati.
Il caso
Carmelo Cinturrino, 42 anni, assistente capo di polizia del commissariato di via Mecenate, a Milano, è accusato di aver ucciso, lo scorso 26 gennaio, con un colpo di pistola alla testa, il 26enne Abderrahim Mansouri durante un controllo antispaccio nel boschetto della droga di Rogoredo. Cinturrino aveva sostenuto di aver sparato per legittima difesa, parlando di "paura" e di un’arma puntata contro di lui. Le indagini, però, hanno ricostruito una dinamica differente, in cui il poliziotto avrebbe inscenato un incidente. "Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto", ha ammesso lui stesso. Il pusher ucciso non ha mai preso in mano la presunta pistola (che poi si è scoperto essere solo una replica di una Beretta 92) con la quale avrebbe minacciato gli agenti: al contrario, Mansouri non era neanche in possesso di un'arma, messa invece sul luogo del delitto in un secondo momento. Sarebbe stato lo stesso assistente capo del commissariato di Mecenate a mandare un giovane collega a recuperare una borsa contenente la pistola, poi piazzata accanto al corpo del 28enne. Versione confermata anche dal poliziotto mandato a prendere la finta Beretta e da altri colleghi che, dopo aver inizialmente assecondato la prima versione di Cinturrino, hanno iniziato a raccontare quanto realmente successo.