L'assistente capo, 42 anni, del commissariato di via Mecenate stato fermato per omicidio volontario. Testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano di richieste quotidiane di denaro e droga e di pressioni sugli spacciatori della zona. Altri quattro agenti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, mentre emergono dubbi sul metodo operativo e sul ruolo dominante dell'indagato nella squadra
L'assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni, è l'assistente capo di polizia del commissariato di via Mecenate, a Milano, in stato di fermo per aver ucciso, lo scorso 26 gennaio, con un colpo di pistola alla testa il 26enne Abderrahim Mansouri durante un controllo antispaccio nel boschetto della droga di Rogoredo. La svolta sulla indagini è arrivata all’alba del 23 febbraio: Cinturrino è stato fermato mentre era in servizio negli uffici di via Mecenate dagli investigatori della Squadra Mobile. Il provvedimento, disposto dalla Procura di Milano per pericolo di fuga, lo indica come “gravemente indiziato” dell’omicidio volontario di Mansouri.
Il punto sulle indagini
Il fermo si fonda sugli approfondimenti investigativi condotti dalla Squadra Mobile e dal Gabinetto regionale di Polizia scientifica: testimonianze, interrogatori, analisi delle telecamere e dei dispositivi telefonici, oltre ad accertamenti tecnico-scientifici che hanno consentito di ricostruire la dinamica dei fatti. Determinante, secondo la Procura guidata da Marcello Viola con il pm Giovanni Tarzia, è l’accertamento che Mansouri, quando è stato colpito alla testa sopra l’orecchio destro, non impugnava alcuna arma: la pistola, poi risultata una replica a salve di Beretta 92 con tappo rosso, sarebbe stata portata sul posto e collocata accanto al corpo in un momento successivo. Sull'arma, infatti, non sono state trovate tracce di dna della vittima ma solo quelle dell'assistente capo.
Le motivazioni del fermo
Cinturrino aveva sostenuto di aver sparato per legittima difesa, parlando di "paura" e di un’arma puntata contro di lui. Le indagini hanno invece ricostruito che avrebbe chiesto a un collega, presente poco dietro di lui al momento dello sparo, di andare in commissariato a recuperare uno zaino che avrebbe contenuto la finta pistola. Lo stesso agente avrebbe inoltre riferito ai colleghi di aver chiamato subito i soccorsi, mentre l’allarme sarebbe partito 23 minuti dopo il colpo. Nelle prossime ore la Procura chiederà al gip la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. Oltre al pericolo di fuga, vengono indicate esigenze cautelari legate al rischio di inquinamento probatorio e a un concreto pericolo di reiterazione del reato, con un profilo di pericolosità ritenuto particolarmente elevato. Gli inquirenti stanno approfondendo anche il possibile movente: dalle testimonianze raccolte emerge che nell’ultimo periodo l’agente "ce l’aveva" con Mansouri.
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Chi è Carmelo Cinturrino
Cinturrino era una figura considerata tra le più esperte della squadra operativa. Davanti al pm Giovanni Tarzia, poche ore dopo la sparatoria, ha rivendicato la sua profonda conoscenza dell'area di Rogoredo. Con una quarantina di arresti nell'ultimo anno, quattro solo dall'inizio del 2026, la sua attività sul territorio gli aveva fruttato riconoscimenti ufficiali, tra cui una menzione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli nel 2017, oltre a stima e apprezzamenti interni. Proprio questa lunga esperienza, però, secondo alcune testimonianze, lo avrebbe reso una figura dominante, capace di condizionare i colleghi più giovani.
Le ombre sul suo operato
Durante l'indagine per omicidio, attorno alla figura di Cinturrino sono emersi numerosi interrogativi. Alcune voci ipotizzano una sua vicinanza a pusher attivi in uno stabile popolare Aler in via Mompiani, in zona Corvetto, dove la sua compagna fa la custode. Lì, dove la donna abita, l'agente è conosciuto come Luca e secondo alcune testimonianze da riscontrare, alcuni spacciatori avrebbero smerciato droga indisturbati in cambio del pizzo all'assistente capo. Da qualche giorno nell'abitazione non vive più nessuno.. Durante gli interrogatori, i quattro agenti indagati con lui avrebbero descritto episodi di arresti forzati, interventi evitati e comportamenti violenti nei controlli. I più giovani avrebbero inoltre riferito di essersi sentiti condizionati dall'esperienza e dal carattere del collega più anziano, al punto da non opporsi o non intervenire in alcune situazioni.
I timori della vittima e le pressioni dell'agente
In questo caso specifico, il fratello della vittima aveva riferito che Mansouri aveva paura "del poliziotto di Mecenate" perché "gliela aveva giurata", sospettando che quel 26 gennaio si sia trattato non tanto di un errore, ma di una "vendetta". Proprio le dichiarazioni di amici e conoscenti della vittima, insieme agli elementi raccolti nelle indagini difensive dei legali dei familiari, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, delineano un contesto di presunte richieste di denaro e droga: fino a 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Mansouri avrebbe rifiutato e avrebbe confidato a più persone di avere paura del “poliziotto di Mecenate”, al punto da di voler valutare una denuncia. Le verifiche riguardano anche ipotizzate condotte illegali o borderline nei confronti di altri pusher e tossicodipendenti tra Rogoredo e Corvetto, nonché le disponibilità economiche dell’assistente capo.
Il ritardo nei soccorsi
Sul piano medico-legale, il consulente di parte civile Michelangelo Bruno Casali, che ha partecipato all’autopsia eseguita da Cristina Cattaneo, ha ritenuto plausibile che un intervento tempestivo potesse offrire una possibilità di sopravvivenza: Mansouri sarebbe morto per una grave emorragia, dopo un’agonia compatibile con quanto descritto dallo stesso Cinturrino al pm. Il ritardo nei soccorsi, quantificato in 23 minuti, potrebbe avere rilievo nella valutazione delle responsabilità e degli eventuali risarcimenti ai familiari.