Legambiente, su Alpi e Appennini impianti dismessi salgono a 273. Ecco le zone più colpite

Cronaca
Ansa/Legambiente

Introduzione

Su Alpi e Appennini salgono a 273 gli impianti sciistici dismessi e a 247 gli “edifici sospesi” censiti sino ad oggi. È quanto emerge dal report Nevediversa 2026 di Legambiente. “La crisi climatica impone di ripensare a una nuova fruibilità del turismo invernale in quota”, spiega l’associazione. E lancia il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana”, con al centro dieci punti. Ecco dove si trovano gli impianti sciistici dismessi

Quello che devi sapere

Il report

Il nuovo report Nevediversa 2026 di Legambiente, presentato a Milano, rappresenta la fotografia più aggiornata sulla situazione delle strutture sciistiche e ricettive in quota ai tempi della crisi climatica. Oltre al censimento delle strutture italiane e ai dati, presenta anche delle riflessioni sul futuro in bilico dei grandi eventi invernali come le Olimpiadi e raccoglie una serie di proposte per il futuro delle realtà montane. Proposte che Legambiente sintetizza con il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana”, che mette al centro le comunità locali.

 

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Il “sistema neve”

Nel report Legambiente sottolinea che, nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, in Italia circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il “sistema neve”, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo “solo briciole di risorse”.

 

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Gli impianti dismessi e gli “edifici sospesi”

Dal censimento emerge che nel 2026, su Alpi e Appennini, gli impianti sciistici dismessi sono saliti a quota 273 (+8 rispetto al 2025, +141 rispetto al 2020). Il numero degli “edifici sospesi” censiti sino ad oggi, invece, è arrivato a 247 (+167 rispetto al 2025, +181 rispetto al 2022). In particolare, si tratta di alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi militari o produttivi che sono stati dismessi o che vengono sottoutilizzati.

 

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I dati degli impianti divisi per regione

Ma quali sono le zone più colpite? Il report offre una panoramica sulle regioni italiane. Da quanto emerge, il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse: ne conta 76. A seguire c’è la Lombardia, con 51 impianti sciistici dismessi. Poi il Veneto con 27, l’Abruzzo con 25 e la Toscana con 20.

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I dati degli “edifici sospesi”

Per quanto riguarda gli “edifici sospesi” censiti sull’arco alpino, le regioni che ne contano di più sono Valle D’Aosta (36), Lombardia (31) e Piemonte (20). Sull’Appennino, invece, ai primi posti troviamo Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15).

Alcuni casi simbolo

Tra i casi simbolo di “edifici sospesi” citati nel report c’è, ad esempio, il Grand Hotel Wildbad a San Candido (BZ): è una struttura dal valore storico-culturale, ma in forte stato di abbandono. Mentre tra i casi simbolo di impianti dismessi c’è, ad esempio, quello di Scanno, in provincia di L’Aquila: “Ex comprensorio lasciato al completo abbandono con seggiovie, bacino e strutture ricettive”.

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Gli altri numeri

Il report Nevediversa di Legambiente, a livello nazionale, cita anche i casi di 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, di altri 98 che operano in una condizione mista di “apertura e chiusura”; di altri 231 impianti che ad oggi sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti “casi di accanimento terapeutico”. Le regioni con più casi sono Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34). Sono poi 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti in Italia: la maggior parte si concentra in Trentino-Alto- Adige, Lombardia e Piemonte.

Le altre strutture

Legambiente ha sottolineato come siano in aumento le strutture “Luna park della montagna”, cioè quelle attrazioni ludiche come piste tubing, bob estivo, ecc… spesso integrate ai comprensori sciistici. Secondo l’associazione, si tratta di “forme di intrattenimento artificiale con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano”. Sono 28 quelle censite per la prima volta e la maggior parte si trovano in Lombardia (13 strutture) e in Toscana (7). 

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I campanelli d’allarme

Il report sottolinea anche come persistano ritardi su riusi e smantellamenti degli impianti non più funzionanti: in Italia sono 37 i casi censiti fino ad ora. Altro campanello d’allarme, denuncia ancora il report, riguarda il futuro dei grandi eventi invernali a partire dalle Olimpiadi. “In meno di trent’anni, secondo gli ultimi studi scientifici, si perderà l’affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche. Il dato più critico riguarda i Giochi Paralimpici: programmati solitamente a marzo, vedranno sparire il 76% delle sedi idonee e solo 22 su 93 rimarranno utilizzabili”, spiega. Secondo Legambiente, “questi eventi rappresentano ormai un modello in cui le gare dipendono pressoché da infrastrutture artificiali, in un ambiente montano sempre più fragile e imprevedibile. Il bilancio delle stesse Olimpiadi Milano Cortina 2026 non è dei migliori: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche, mancate promosse, un lascito pieno di perplessità”.

La crisi climatica

Riguardo alla crisi climatica, Legambiente cita i dati Eurac Research e ricorda come sulle Alpi la stagione nevosa dura oggi 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, sottolinea, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello SWE (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale. Sugli Appennini, poi, la presenza di neve è sempre più instabile.

Anche i dati sul turismo della neve, ricorda l’associazione, sono col segno meno anche a causa del rincaro dei prezzi: “L’Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC) ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini, anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità”.

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I 10 punti del Manifesto

Legambiente, quindi, denuncia “i ritardi del governo nell’affrontare la crisi climatica in quota i cui effetti si ripercuotono a valle, sulle comunità locali e in settori chiave come il turismo. Per questo è urgente mettere in campo azioni di adattamento ai cambiamenti climatici, ripensare il turismo montano invernale e coinvolgere e ascoltare le comunità locali”. Con questo spirito, spiega l’associazione, nasce il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza” promosso da Legambiente e frutto del confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, realtà che investono su sostenibilità e innovazione rispondendo e adattandosi alla crisi climatica in corso. Questi i dieci punti del Manifesto:

  1. Ogni territorio montano ha le sue eccellenze da valorizzare;
  2. ospiti e residenti condividono il piacere dell’incontro nei territori montani;
  3. la montagna è un territorio fragile e va rispettato
  4. la lentezza non è una rinuncia, ma una conquista;
  5. la montagna ha il diritto di perseguire un futuro sostenibile;
  6. un turismo partecipato a servizio della comunità;
  7. le montagne sono necessarie;
  8. sono spazio di cittadinanza attiva e consapevole;
  9. ogni luogo possiede una cultura peculiare;
  10. le montagne non dividono ma uniscono.

I commenti

“Il riscaldamento globale dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna. Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo”, ha detto Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “Con il nostro report annuale Nevediversa – ha aggiunto – ci facciamo portavoce di un dibattito pubblico e un confronto coinvolgendo cittadini, amministratori e comunità locali in una lettura condivisa della montagna che cambia e che non può più basarsi solo sul ‘sistema neve’ che ancora oggi stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano”.

Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente, ha poi ribadito: “Ogni impianto inattivo ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello di turismo montano che riduce la montagna a scenografia. Infrastrutture abbandonate e neve artificiale rivelano i limiti di un’illusione collettiva, con ricadute sull’ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future. Anche le Olimpiadi invernali soffrono sempre di più la crisi climatica, occorre ripensare il loro modello di gestione. Alla luce di ciò, nasce il Manifesto della Carovana dell’accoglienza frutto di un lavoro corale sulla montagna e sul suo modo di viverla”.

 

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