Ponte sullo Stretto di Messina, Ingv: "Non è stata scoperta nessuna nuova faglia"

Cronaca
©Ansa

Introduzione

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia cerca di smorzare le polemiche dopo la diffusione di uno studio, pubblicato nel 2025, che è stato presentato da parte delle opposizioni come un ostacolo al Ponte sullo Stretto di Messina, perché - si era detto - metteva nero su bianco la presenza di una faglia pericolosa per l’infrastruttura.

 

"Non siamo di fronte alla scoperta improvvisa di una faglia ignota o a un elemento di pericolosità finora trascurato", dice il presidente dell’INGV Fabio Florindo alla Gazzetta del Sud. "Alcune letture mediatiche - continua - hanno isolato singoli passaggi tecnici trasformandoli in messaggi di allarme o in presunte smentite delle analisi ingegneristiche legate alle grandi opere. È una semplificazione che non rispecchia il contenuto dell'articolo, il quale si colloca nell'ambito della ricerca di base e non entra nel merito della progettazione infrastrutturale". Anche la società Stretto di Messina ha rimarcato come lo studio "non ha alcun impatto sul Progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina, che è aggiornato ai più recenti studi geosismotettonici".

Quello che devi sapere

Stretto Messina, INGV: "Studio non ha scoperto nuovi elementi"

Lo studio, rilanciato nei giorni scorsi dallo stesso Istituto, "è un lavoro scientifico sottoposto a revisione tra pari, che analizza l'evoluzione strutturale e i meccanismi sismogenetici nell'area dello Stretto. Il valore del contributo sta soprattutto nell'integrazione di dati sismici, geofisici e strutturali, utilizzati per ricostruire la complessità delle deformazioni della crosta, la presenza di diversi livelli sismogenetici e le relazioni tra tettonica superficiale e profonda", ha detto Florindo. In sintesi si tratta - "di un approfondimento che arricchisce il quadro conoscitivo esistente, offrendo elementi interpretativi più dettagliati rispetto a studi precedenti". Allo stesso tempo, però, è bene evidenziare ancora che non parla della scoperta di una nuova faglia. 

 

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Il terremoto del 1908

Il documento in questione, pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e messo a punto da un gruppo di ricercatori dell'INGV, del Consiglio nazionale delle ricerche e di alcune università italiane ed europee, offre semplicemente una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto di Messina, una delle zone geologicamente "più complesse e instabili del Mediterraneo". In quest'area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75 mila vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia possa aver causato quel terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri. 

 

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Lo Stretto di Messina e la crosta terrestre che "si piega e si spezza"

Lo studio, dal titolo Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino. Lo Stretto di Messina, spiegano gli studiosi, si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui, la crosta terrestre "si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale". 

Le faglie e le depressioni marine dello Stretto

A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta "subduzione calabra", dove un lembo della crosta oceanica dell'antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre. "Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto". È questo processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, "ma che ancora oggi è all'origine di terremoti potenzialmente distruttivi", affermano i ricercatori. 

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Dove si concentra l'attività sismica?

Dall'analisi dei dati, il team di ricerca ha individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l'attività sismica: uno superficiale, tra 6 e 20 chilometri di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale, e uno più profondo, tra 40 e 80 chilometri, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria. Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Le faglie interconnesse

I ricercatori spiegano che uno dei risultati più interessanti scoperti "è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse". Queste strutture, evidenziano, "si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l'una sull'altra". Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni di una deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, "la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt'altro che stabile". 

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I terremoti degli ultimi 30 anni

Negli ultimi trent'anni, la Rete Sismica gestita dall'INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell'area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche. Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all'epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate Ne-Sw che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km. 

Lo Stretto come confine tra due placche in collisione

"Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina - sottolinea il team di studiosi - non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d'Italia. Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest'area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità". Lo Stretto di Messina, è la conclusione, "non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione". 

 

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