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Pride, l'amore che non si dovrebbe spiegare

Cronaca

Domenico Barrilà

©Getty

Quando qualcuno trova fastidioso un pride, dovrebbe chiedersi se quella sfilata variopinta, non è conseguenza anche della sua personale ottusità, che costringe onestissimi esseri umani colpevoli di nulla, a giustificarsi, dimenticando che essi non sono una categoria sociale, ma individui

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Verso la metà del mese di giugno di quest’anno, mi sono recato per tre giorni sulle Dolomiti. Non sono uno scalatore e neppure un grande camminatore, però col passare degli anni mi sono “impossessato” di tanti luoghi e riesco a sapere quando è il momento di immortalare uno di quegli scorci che amo più di altri, i prati di montagna in questo periodo. Mi sembrano universi in miniatura, non saprei neppure elencare tutto ciò che contengono quelle immagini, a cominciare da una miriade di fiori, insetti, di colori. Nessun abitante di quei prati, animale, vegetale o minerale che sia, è fuori posto, e a nessuno degli umani verrebbe in mente di modificare anche un solo pixel di quell’insieme, perché ciascuno sa istintivamente che la forza di quei messaggeri della natura è il fatto di essere così come sono. Niente da aggiungere, niente da togliere. Non c’è neppure un filo d’erba fuori posto, e non esiste un solo fiore o sasso che debba giustificare il fatto di trovarsi proprio dove si trova o la sostanza di cui è fatto.

Mentre sono intento nell’osservazione, il mio cellulare vibra, è un sms.

Arriva da un uomo di trent’anni, persona di grande sensibilità, un omosessuale che da ragazzo è stato vicino alla depressione e poi alla disperazione. Non erano mancati i pensieri suicidi. Nell’ambiente in cui è cresciuto, la sua omosessualità era vista di pessimo occhio e lui stesso, automaticamente, si censurava. I sacerdoti coi quali aveva provato a confrontarsi gli suggerivano di “portarsi la sua croce”, perché la Provvidenza gliel’aveva posata sulle spalle per qualche motivo, insondabile ma certo non banale. Così almeno gli dicevano.

Traduzione. Sei una persona sbagliata, vai avanti lo stesso ma non esercitare la tua sessualità.

Provate a immaginare cosa significhi sentirsi certificare di essere un errore e poi domandatevi quanta voglia di vivere vi rimane, in fondo, per quanto vi agiterete, rimarrete sempre una “persona sbagliata”. Qualunque azione, qualsiasi successo otterrete, sarete sempre uno strappo nel foglio, niente di più perché avete un vizio d’origine.

Nello scorcio che avevo fotografato, esplosione di varietà senza gerarchie, lui si sarebbe sentito fuori posto. Poteva rimanere, certo, ma sarebbe stato meglio scivolare fuori dall’inquadratura.

Anche nel suo sms era allegata una foto. Niente di epico, si vedono di spalle lui, il padre e il cagnolino mentre camminano su un sentiero. Poche parole di accompagnamento, ma molto significative. “Mi sento in pace, finalmente, con mio padre, a cui sono riuscito a parlare della mia omosessualità, senza ricevere quelle saette che mi aspettavo. Mi sento in pace col mio cagnolino, che desideravo prendere da tempo. Mi sento in pace col mio fidanzato, l’autore della foto, che oramai frequenta la casa dei miei genitori, che ci accompagna in questa breve gita”.

Si tratta di una situazione molto ordinaria, nella quale mi imbatto di frequente, considerato che l’incidenza statistica dell’omosessualità pare essere cresciuta in maniera cospicua nel corso degli ultimi anni o semplicemente il continente sommerso ora rifiuta di stare nei fondali, spinge per emergere con maggiore decisione rispetto al passato, incoraggiato dall’effetto “compagnia” che proviene dagli spazi che l’omosessualità si è guadagnata in questi anni. A cominciare da quei pride che, sempre più, dovrebbero interrogare la coscienza di chi, sovente con modalità primitive e arbitrarie, li derubrica a “pagliacciate”, senza domandarsi come mai una parte così numerosa dell’umanità abbia dovuto per secoli “scivolare fuori dall’inquadratura”, impoverendo lo scatto ma soprattutto provando con ostinazione a diminuire il contributo di decine di milioni di esseri umani alla causa della nostra specie. Proprio in questi giorni è stato sospeso un campus estivo in una parrocchia romagnola, perché uno degli educatori era gay.

Se non ci fosse stata questa arcaica semplificazione in maschi e femmine, se le persone meno attrezzate intellettualmente e moralmente, non avessero deciso di difendere i loro fortini, scambiando i propri schemi soggettivi di percezione con la realtà, rendendo la vite delle persone omosessuali un autentico inferno, forse non vi sarebbe stato nessun pride ma soprattutto il computo dell’infelicità sul nostro pianeta sarebbe stato meno pesante. Mi pare persino banale ricordare che una delle categorie, avrei da dire su questo sostantivo, recluse e annientate nei

campi di sterminio, era quella degli omosessuali. Negli stessi anni nel nostro paese, la barbarie prese la forma del confino e dell’emarginazione sociale. Un giornalista nei giorni scorsi sosteneva, indignato, che il pride offende il sentimento religioso di molti cittadini, omettendo le violenze e le crudeltà subite dalle persone omosessuali, ancora oggi, per mano dalle religioni.

Quando qualcuno trova fastidioso un pride, dovrebbe chiedersi se quella sfilata variopinta, non è conseguenza anche della sua personale ottusità, che costringe onestissimi esseri umani colpevoli di nulla, a giustificarsi, dimenticando che essi non sono una categoria sociale, ma individui. Se volessimo misurare la temperatura media della nostra galassia, continueremmo a non sapere nulla di quella di ciascuno dei corpi celesti che la popolano. Solo le stelle oscillano tra i cento e quattrocento miliardi senza contare i pianeti, i satelliti e tutti i sassi che vi sfrecciano. Parlare di umanità non significa nulla, ci si riferisce a un contenitore anonimo.

Il pianeta che ci ospita è il regno degli individui, delle singolarità. Il passo successivo, la comunità, è frutto di talenti poco diffusi, a cominciare dalla solidarietà, che sicuramente non sono distribuiti in base alle inclinazioni sessuali.

È difficile spiegare quanto sia complicato per una persona omosessuale “dirsi”, proprio perché nel corso del tempo questo dirsi gli è stato concesso nell’accezione di “giustificarsi”, di chiedere scusa. Un crimine di cui tutti, nessuno escluso, portiamo quote di responsabilità, piccole o grandi, a seconda dei casi. Come esseri umani, dovremmo essere grati agli organizzatori dei pride, sempre più frequentati da eterosessuali, perché contribuiscono a guarire il mondo.

Nei mesi scorsi, un giovanissimo esperto di letteratura antica, alla vigilia della sua laurea, aveva voluto leggermi a voce una lettera di ringraziamento. Mi diceva di avere due padri e che io ero il primo a cui voleva confidare di essere omosessuale.

Di fronte alla mia risata irrefrenabile, si era come bloccato.

“Ma davvero pensi non ne me sia accorto da subito”, avevo chiosato.

“Sono mesi che cerco di farmi venire in mente un modo di dirtelo e di dirlo alla mia famiglia, accidenti, e tu mi stai togliendo tutto il bello”. Ora ride anche lui.

“Credo che i tuoi lo sappiamo, esattamente come me e anche loro, come il sottoscritto, ritengono che non sia il caso aprire dibattiti, a meno che tu senta il bisogno di un confronto. Non c’è nulla che non funzioni nella tua vita, se non fosse stato così e se il tuo malessere fosse dipeso dall’omosessualità, sarebbe venuto naturale parlarne, a te e a me. Oppure credi, che le persone eterosessuali si attardino sul loro orientamento. Qui si parla della singola persona, della sua specificità, le inclinazioni sessuali sono uno dei mille capitoli del volume, se a qualcuno interessa parlarne se ne parla, ma deve essere l’interessato a decidere”.

Aspetto con ansia che non sia più necessario organizzare dei pride, vorrebbe dire che siamo diventati adulti civilizzati e che nessuno deve spiegarci come desidera amare, perché non esiste argomento più privato e personale del modo di vivere i sentimenti e la sessualità.

Forse per questo si chiama intimità e l’intimità, quando è esaltata dal consenso reciproco, non deve spiegarsi a nessuno e nessuno deve chiederle spiegazioni.

 

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/